La Grande Dicotomia del Presente

Fateci caso. Le più macroscopiche questioni del contemporaneo fanno capo a due opposti emisferi concettuali. Da un lato la sfera “pubblica”, che si deforma in ostentazione web, iper-espressività dai contenuti spesso forzati, ricerca continua di popolarità, riconoscimento di massa, consenso, quantità di “like” e visualizzazioni, e via discorrendo. Dal lato opposto, il “privato”, inteso però come estremizzazione della ricerca di privacy, di difesa crittografica, di sicurezza, con tutti gli sconfinamenti che vediamo, fino al complottismo. Ma attenzione. La vera dinamica non sta tanto nella compresenza di questi due lati della stessa medaglia, quanto piuttosto nella sempre conflittuale relazione – sia lineare che sincronica – tra i due.

Un medesimo contenuto, per esempio, può implicare la sincronica necessità di essere visibile a certe persone e invisibile ad altre, in una sequenza temporale non necessariamente predeterminabile. Pensiamo solamente a una frase “seed” relativa a un wallet. La frase deve essere segreta, ok. Ma noi dobbiamo in qualche modo poterla recuperare. Quindi dobbiamo per forza scriverla da qualche parte, ossia “pubblicarla per noi”, ma nel contempo “occultarla ad altri” con la medesima efficacia. Oltre a questo, potremmo avere anche la necessità di conferire ad altri, ossia a persone fidate, la stessa facoltà di accedere a questa informazione. Ma che ne sappiamo dei criteri di sicurezza messi in piedi da questi soggetti terzi? Nell’era del digitale, le possibilità di catturare, copiare e incollare una riservatissima stringa di dati aumenta esponenzialmente, con tutte le conseguenze che questo comporta.

L’esempio che ho proposto è veramente uno tra i tanti. In via generale, la dinamica che affiora è costituita da una tendenziale contaminazione tra versanti pubblici e privati, che sfuggono di mano se non inseriti in protocolli comportamentali tutti da definire, e generalmente non ottimizzati, ovvero non standardizzabili.

Io stesso ho scritto un libro che parla di strategie per la privacy…

Si tratta di un libro di agile lettura, che tratta queste tematiche rivolgendosi al vasto pubblico in un linguaggio semplice e concreto. Credo però che la tematica della privacy sia inserita in uno scenario molto più ampio, certamente non riassumibile in forma di opera libresca, cartacea o digitale che sia. Più che un manuale, servirebbe un fluire continuo di dritte, idee, strumenti per dare al singolo individuo la possibilità di gestire al meglio la modernità circostante.

HOLD Card: New Crypto-Visa in Town

Sono sempre piuttosto eccitato quando mi arriva qualcosa dal Regno Unito. Oggi è stata la volta di questa devo dire abbastanza poco conosciuta carta di debito, associata ad un’applicazione che si chiama Hold, a sua volta facente leva — ovviamente attraverso token dedicato — su un progetto denominato Utrust.

A ben vedere, la carta ha pochissime crypto di riferimento: Bitcoin, Ethereum, Tether, USD Coinbase e appunto Utrust, a parte ovviamente gli Euro. Tuttavia l’applicazione è estremamente veloce, semplice e intuitiva. Non so come la utilizzerò. Forse come carta alternativa e di riserva. Sta di fatto che mi piace.

Status Messenger: l’Ennesima Affascinante Crypto-Soluzione in Cerca di un Problema

Da un po’ di tempo a questa parte mi interesso di applicazioni che utilizzano le tecnologie blockchain per scopi non direttamente o non totalmente connessi al trasferimento di criptomonete tra wallet decentralizzati. La logica è comunque la medesima: trasformare un contenuto che solitamente “gira” nel web, con tutti i potenziali problemi collegati a questo meccanismo in termini di privacy e censura, in un analogo contenuto in grado di girare nella blockchain.

Il messenger Status rientra pienamente in questo novero. Si tratta, in buona sostanza, di un perfetto clone di Whatsapp o Telegram, con la differenza di girare in un comune wallet a base ERC20 (Ethereum), integrando peraltro un multi-wallet che vi permette di gestire agevolmente non solo il wallet che avete deciso di dedicare alle chat, ma anche qualsiasi altro.

Volendo, potete anche comprare 10 Status (SNT, il token nativo dell’applicazione) e registrare un vostro nickname ENS, vale a dire un URL facilmente ricordabile — il mio è filippoalbertin.stateofus.eth — che vi permette di ricevere ethereum e altra criptomoneta ERC20 senza dover far copiare e incollare le lunghe stringhe alfanumeriche che si usano di solito.

(Curiosità: Status ha anche co-sponsorizzato una recente e importante convention legata all’Istituto per la Cryptoanarchia.)

In assenza di “dominio ENS”, comunque, l’applicazione funziona altrettanto bene, con la sola differenza che vi assegna un nomignolo automatico generato casualmente. Chiunque utilizzi Status, oltre a chattare, può automaticamente inviarvi ethereum e crypto ERC20 indirizzandoli a voi, come banale contatto in chat.

Ora, io utilizzo Status come wallet che mi permette soprattutto di controllare un altro mio wallet, che uso a sua volta per gestire un dominio crypto (altra storia interessante). Banalmente, uso Status “al minimo della sua potenza”, per una ragione piuttosto ovvia: da un lato l’effetto network (ce l’hanno tutti quindi lo uso anch’io) sancisce l’ovvia supremazia di strumenti mainstream, come appunto Whatsapp, che continuano ad essere lo standard per la messaggistica personale; dall’altro lato non sono un capo di stato, né un particolare agente segreto che ha rapporti con altri agenti segreti, quindi probabilmente una chat ultra-sicura non costituisce, applicata a me, uno strumento indispensabile nella quotidianità.

Esattamente come certi inchiostri stilografici, che diventano visibili solo se esposti alla luce di una torcia black-light, siamo al cospetto di una soluzione in cerca di un problema da risolvere egregiamente.

Quindi giro la domanda a tutti voi. Per cosa potrei utilizzare Status al meglio?

Senso e Valutazione nel Mondo delle Crypto Carte: una Grande Premessa

Ormai da ben più di una quindicina di mesi utilizzo carte di debito che, a vario titolo, attraverso vari meccanismi e lungo lo sviluppo di vari progetti propongono le criptomonete come asset di scambio per svolgere varie funzioni finanziarie.

La funzione di base sembrerebbe essere, a livello di richiesta di mercato, unica e semplice: trasformare (più o meno automaticamente) la criptomoneta in euro, sterline o dollari, spendibili attraverso una carta del circuito Visa o Mastercard.

In realtà questo genere di prodotto è ormai rappresentato da una miriade di proposte. Ogni singolo progetto fa necessariamente storia a sé, proponendo carte, ovvero, per essere più precisi, “applicazioni smartphone e/o desktop associate a carte di debito”, che utilizzano la variabile “crypto” in svariate modalità e sfumature, a volte anche molto diverse e distanti tra loro.

Senza tanti giri di parole, c’è da dire che le carte in questione si dividono sostanzialmente e a meno di ibridazioni intermedie in due grandi categorie:

  1. Carte “fiat-crypto-fiat”, ossia carte che permettono solo di acquistare criptomoneta a scopo (evidentemente) speculativo, per poi rivenderla internamente, dirottando i fondi, appunto, in un circuito spendibile.
  2. Carte “wallet”, che in aggiunta alle funzioni della prima categoria permettono anche di ricevere e inviare criptomoneta lungo i normali network dedicati.

Ovviamente le architetture di entrambe queste tipologie possono essere a loro volta molto diversificate l’una dall’altra, così come molto diverse possono essere le funzioni aggiuntive, l’ampiezza della gamma di criptomonete utilizzabili, la possibilità di ricevere interessi sui token, fino a quella di ottenere cashback su ogni acquisto.

Per quanto mi riguarda, trovo però che la prima categoria di carte sia sempre e comunque del tutto inutile, per non dire addirittura avulsa dal mondo crypto in senso stretto. A cosa mi serve utilizzare, che so, DASH, BTC, ETH o DigiByte, se la sola facoltà concessami è quella di comprarli, pagarli con euro, per poi rivenderli sempre in euro tramite lo specifico acquisto? La risposta è una e solo una: speculazione. Se gli euro già ce li ho, posso solo confidare nel fatto che questo passaggio in crypto mi permetta di averne di più, altrimenti l’intero gioco non ha alcun senso, a meno di logiche di pura transazione, che però nel primo novero non sono ammesse, oppure sono ammesse come funzione laterale, spesso sconveniente in termini di commissioni. Da notare poi che la speculazione la posso fare con qualsiasi asset, dal mais al petrolio, passando per le azioni di Netflix.

Detto questo, è dunque chiaro che la sensatezza di una carta (che pretende di essere) crypto deriva dalla sua versatilità nell’effettuare transazioni di ogni genere: fiat-crypto, crypto-fiat, fiat-fiat e crypto-crypto.

Ho quindi stilato un elenco di variabili che a mio avviso, nell’ottica di valutare le caratteristiche di una carta crypto, risultano essere le più importanti e rappresentative. Mi riferisco all’uso oggettivo e quotidiano della medesima, e non ad astrazioni o generici auspici. La lista consta di quattro voci fondamentali:

  • versatilità nel regime dei minimi, intendendo con questa perifrasi la cifra minima che bisogna spendere per acquistare crypto;
  • convenienza delle commissioni, ossia impatto dei costi interni (estranei a quelli di rete) legati alle transazioni;
  • presenza di premialità, come cashback, sconti nell’acquisto di gift-card e affini;
  • velocità ed efficienza generale, intendendo l’effettiva usabilità della carta.

Una caratteristica a parte è rappresentata dalla modalità di accesso ai fondi in uscita. I casi possono essere due, con pro e contro per ciascuno.

Caso uno: modalità “sell” – La criptomoneta viene semplicemente venduta (ovvero cambiata) in valuta fiat, e la valuta fiat, in automatico o manualmente, viene scaricata nella carta di debito per essere agevolmente spesa. (Alcune carte permettono anche il percorso inverso.)

Caso due: modalità “on-the-fly” – La criptomoneta viene spesa direttamente, facendo tapping sull’account di riferimento e dunque implementando una sorta di “cambio automatico” della stessa.

Questo secondo caso, per quanto molto più appetibile in termini di velocità e comodità, ha almeno due difetti. Il primo è che ci sono necessariamente delle spese percentuali da pagare, e dunque il cambio, che non è di per sé visibilmente perfetto e “in scala”, costringe a tenere la spesa in valuta fiat un po’ più bassa (ma di quanto?) rispetto all’effettivo valore di saldo nell’account. Il secondo è che anche la stessa fluttuazione del valore delle criptovalute può contribuire a rendere incerto l’effettivo ammontare spendibile.

Nel primo caso, invece, la carta viene caricata con un importo che resta, ovviamente, fisso e immutabile fino a quando viene speso: se il mio saldo, in questo caso, è di 27,93 sterline, vuol dire che posso spendere effettivamente 27,93 sterline.

Da notare che in questo novero non ho assolutamente fatto riferimento alla distinzione tra custodial e non-custodial! La cosa può sembrare un errore, vista l’ovvia importanza del motto not your keys not your coins. Ma non è così. Per quanto le carte non-custodial siano effettivamente poche (Monolith, Plutus, Eidoo), credo infatti che la differenza, certamente importantissima nel valutare un comune wallet, perda completamente di importanza nel passaggio a un qualcosa che coinvolge appunto circuiti come Visa e Mastercard, ossia mondi comunque centralizzati per definizione. Che i fondi arrivino da un altro wallet non-custodial del tutto avulso dalla carta in oggetto e dal suo exchange custodial di riferimento, o che siano implementati attraverso un sistema interno, appunto non-custodial, perfettamente integrato, continuo a giudicare la distinzione operativamente ininfluente, visto che i fondi che destinate alla carta sono comunque gestiti da un sistema custodial, anche se extra-crypto. Se poi andiamo a notare quanto il mondo non-custodial sia dominato dalla sola rete ethereum ed ERC-20, è evidente che una carta crypto, a giocare solo in questo campo, si perda moltissimo di ciò che può offrire la blockchain.

Il consiglio è dunque semplice: continuate a conservare i vostri fondi in wallet rigorosamente non-custodial, e inviatevi alla carta, quale che sia, solo le cifre che intendete spendere.

Riassumendo, il mondo delle carte di debito “crypto” è più che mai caratterizzato da progetti che fanno ciascuno, come detto, necessariamente storia a sé, valutabili sulla base di una rosa di variabili specifiche che individuano la possibilità di formulare un giudizio complessivo, ovviamente da riferire ai comportamenti e agli obiettivi dello specifico utilizzatore.

In questo senso, ci sono carte che mi piacciono molto e uso tantissimo, carte con qualche difetto, che però uso comunque, carte estremamente innovative che però ho messo nel cassetto per ragioni di contesto, carte oggettivamente inutili e carte che non userei mai.

Sto Usando NANO e Mi Piace

Un progetto piuttosto interessante è quello della criptomoneta NANO, che in questo periodo sto approcciando, soprattutto grazie alla carta Visa di Wirex, che permette di acquistare e utilizzare questo asset in modo estremamente versatile ed economico.

Se qualcuno di voi volesse pagarmi qualche consulenza anche in NANO, basta che punti il suo wallet dedicato all’indirizzo che vedete qui sotto. Per quanto ce ne siano ovviamente vari, tutti eccelsi, il wallet che vi consiglio di utilizzare è indubbiamente Natrium, che si pone come applicazione non custodial originaria e “ufficiale” per effettuare transazioni in questa criptovaluta.

Se volete poi farvi un account con Wirex, vi consiglio caldamente di utilizzare il mio referral code di invito, che vi farà guadagnare da subito qualcosa (dieci dollari) sul vostro primo acquisto di criptomoneta, qualunque essa sia.

Vivaldi