I Vantaggi di un’Economia Pienamente Decentralizzata

Attraverso un primo, un secondo e un terzo articolo ho sintetizzato i ragionamenti di base per una teoria prospettica della decentralizzazione spinta. Il riassunto globale di questa teoria, che in realtà analizza semplicemente i vantaggi di un’economia completamente decentralizzata rispetto a dei rapporti economici mediati da terze parti e poteri sovraordinati e centralizzati, può essere facilmente compreso attraverso una tavola sinottica di questo genere.

Confronto tra:moneta centralizzatamoneta decentralizzata
Tutelaaffidata ad autorità coercitive
legata al censo
legata ai rapporti di forza
affidata al singolo
affidata alla fiducia
legata a rapporti stretti
Controllo esternoelevato assente
Terze partipresenti e oneroseassenti
Libertàlimitata e compromessatotale
Imposizione fiscalesensata
necessaria al sistema
insensata
già calcolata (fees)
Coercizionenecessariamente poliziescaassente
Territorialitàtotaleassente

Ciò che affiora da questa tabella comparativa non è tanto la stroncatura di un sistema centralizzato rispetto ad uno decentralizzato, quanto l’evidenza dei vari ed eloquenti difetti del primo rispetto al secondo. La moneta centralizzata è relativa a contesti sociali piramidali e collettivi che solo attraverso un sistema di premi (tutela e servizi, sia pure spesso solo sulla carta, nonché connessi fenomenologicamente al censo) e di punizioni (legate al controllo centralizzato, nonché al prelievo fiscale) possono funzionare. La moneta decentralizzata, all’opposto, fa riferimento a un sistema (che — attenzione — potrebbe tranquillamente coesistere all’interno di un sistema centralizzato) che connette singoli individui senza alcuna mediazione. Tali individui possono muoversi nella più totale libertà, e “pagano” questa libertà con la rinuncia a qualsivoglia forma di tutela che verrebbe dall’esterno solo a condizione di accettare un sistema poliziesco di controllo coercitivo. La sola tutela, in un sistema spintamente decentralizzato, è rappresentata quindi dalla più volte menzionata responsabilità individuale sulle proprie azioni.

Sempre negli articoli sopraccitati è stata individuata e proposta la sola e unica via per realizzare effettivamente e compiutamente le basi di un’economia, o una sotto-economia, completamente decentralizzata. Questa via ha a che fare con il raggiungimento, da parte del singolo attore economico, di una retribuzione interamente erogata in criptomonete. Tale retribuzione non può essere intesa come derivata di economie centralizzate, in quanto non può esistere, economicamente parlando, alcun margine di interesse (trading) o quota di cashback in grado di determinare l’accumulo di base (capitalizzazione degli attori economici di riferimento) necessario a far girare un sistema di scambi economici unicamente a base criptomonetaria. Tale retribuzione, deve necessariamente derivare da una corposa diffusione di criptomoneta, poi spesa direttamente per pagare prestazioni, servizi, prodotti, consulenze e via discorrendo. Tale modalità può essere per esempio implementata attraverso la traduzione in criptomoneta di corpose transazioni finanziarie, dalle quali staccare una quota a titolo di commissione sul servizio.

In termini più spiccioli, serve che si determini la nascita di singoli crypto-attori del tutto naturali, che ovviamente devono rispondere (per tutte le ragioni viste) solo e unicamente alla loro responsabilità individuale, e alla perfetta bidirezionalità di rapporti alla pari con altri loro “simili” entro un rizoma di rapporti person to person.

La Decentralizzazione come Rivoluzione dell’Economia Non Euclidea

Premesse fondamentali

Questo articolo è il seguito consequenziale di un altro, che a sua volta era il seguito altrettanto consequenziale del primo, avente a che fare con lo stesso tema di fondo: i caratteri della piena sensatezza delle criptomonete. Per comprendere appieno quanto sto per dire consiglio vivamente di leggere da subito gli altri due.

Premessa fondamentale di quanto sto per dire è che io non credo assolutamente che le monete fiat scompariranno per effetto delle loro dinamiche di inflazione sul mercato. Credo, invece, che le monete fiat abbiano degli oggettivi difetti che solo una seria e coerente adozione di criptomonete può correggere, sia direttamente (attraverso la sostituzione effettiva) che indirettamente (attraverso i vantaggi “esterni” alla sostituzione, in termini di attenuazione del fenomeno di stampa indiscriminata di moneta classica). In questo senso, esattamente come accade per i sistemi operativi che fanno girare i nostri computer, sono convinto che il migliore dei meccanismi finanziari di scambio sia quello più probabile e naturale, ossia quello misto, dove i singoli attori possono scegliere di volta in volta se rivolgersi — continuando sulla scia della metafora informatica — a Windows, a Linux, oppure ad entrambi.

Casi concreti

Nei due articoli che ho citato sono giunto ad una conclusione sintetizzabile in questo modo:

Un qualsivoglia rapporto economico tra due attori, avente come oggetto l’erogazione di un bene o servizio a fronte di una transazione in criptomoneta, ossia in “moneta decentralizzata”, ha senso solo se quella prestazione risulta altrettanto decentralizzata, vale a dire avulsa dalla presenza di terzi soggetti in grado di contaminarla attraverso un potere centralizzato.

Facciamo un esempio concreto. Tizio intende vendere a Caio un suo corso di inglese, realizzato in presenza e a domicilio. Come compenso, Tizio chiede a Caio una cifra di 50.000 satoshi. Caio invia i 50.000 satoshi all’indirizzo del wallet di Tizio, e Tizio, come detto, si reca a casa di Caio per impartire le lezioni pattuite.

Cosa potrebbe succedere “di male” in questa transazione — ribadisco — effettuata in modalità completamente decentralizzata?

Caso A: Tizio incassa i 50.000 satoshi e non si fa più vedere. Caso B: Tizio eroga le sue lezioni, ma Caio non invia nulla e non si fa più vedere.

Ora, in un’economia nazionale a base di monete fiat nazionali, sembrerebbe esserci più tutela, sia per Caio nel caso A che per Tizio nel caso B. Ma siamo veramente certi di questo? In che senso e con quali modalità vengono tutelati Tizio e Caio, l’uno dall’altro, ovvero l’uno contro l’altro? Per essere tutelati, entrambi devono mettere in piedi nuovi contratti con terze parti — per esempio, avvocati — che sulla base di un potere centralizzato di prelievo forzoso, ora su Tizio, ora su Caio, a seconda dei casi, andranno a obbligare un certo pagamento attraverso sistemi, appunto, forzati e polizieschi. Forti di tale apparente tutela, Tizio, se già nella possibilità di pagarsi delle spese legali, non avrà alcun problema a vendere le sue lezioni a “un Caio qualunque”, perché saprà di potersi rivalere a norma di legge. Lo stesso farebbe Caio, ove nelle stesse condizioni di cui sopra, accettando corsi da “un qualsiasi Tizio” senza preoccuparsi più di tanto. Morale della favola: la “tutela” in questione altro non è che una conseguenza di “contratti terzi” (onerosi) che potrebbero attivarsi comunque solo a vantaggio di persone in grado di permetterselo. (Non sto ovviamente qui a riassumere la storia di gente che l’ha sempre fatta franca solo perché in grado di comprarsi giudici e pagare studi legali di grido, gli stessi studi legali che partoriscono la gran parte dei sindaci e dei governatori a capo di grandi città e regioni.)

Nel caso della moneta decentralizzata, invece, la sola responsabilità del rapporto economico sta nel rapporto tra Tizio e Caio, secondo uno schema di giochi ripetuti. Se a Tizio o a Caio “andrà male”, significa che qualcuno dei due avrà dato fiducia in maniera troppo disinvolta, e un secondo errore difficilmente verrà fatto la prossima volta. Se invece, ben più probabilmente, consci del fatto di essere i soli responsabili di quella specifica transazione e di quello specifico scambio, sia Tizio che Caio avranno modo di conoscersi bene prima, o comunque di ripetere più volte il medesimo cementando stima e fiducia reciproca, non ci sarà alcuna ragione per dubitare l’uno dell’altro. Al limite, sempre per effetto della libera e spontanea contrattazione in assenza di qualsiasi terza parte, i due potranno stabilire delle modalità di pagamento intermedie, o comunque dei meccanismi di alleggerimento o neutralizzazione di qualsiasi eventuale asimmetria contrattuale residua. Tutto in assenza di spese ulteriori.

Siamo qui all’apice del ragionamento, che individua nella “forma decentralizzata” una vera e propria versione non euclidea dell’economia classica e classicamente mediata da borse, banche centrali, autorità di controllo, poteri istituzionali e poteri privati.

Questo semplicissimo esempio illustra quanto ciò che chiamiamo “tutela”, in un sistema in cui i nostri soldi sono nelle mani di sistemi centralizzati, quasi completamente sottratti alla nostra responsabilità personale, sia in realtà la pomata antidolorifica che andrà a risolvere la martellata che noi stessi abbiamo deciso di infliggere al nostro ginocchio.

Di contro, un’economia decentralizzata è un economia che si basa su rapporti stretti, approfonditi, virtuosi, o comunque obbligatoriamente incentrati sulla responsabilità personale, dunque sulla serietà, e non su “stampelle” (peraltro alimentate da ulteriori spese) atte a mimare un’uguaglianza che alla fine dei giochi è solo sulla carta.

A questo punto, la grande questione del grande fratello…

Seguite il mio ragionamento. Ben giustamente, i guadagni prodotti all’interno di una nazione, espressi nella valuta fiat di quella nazione, sono assoggettati ad una quota di imposte che si suppone servano a far funzionare la nazione stessa, intesa come rizoma di servizi che hanno reso possibili quei guadagni. Ora, possiamo discutere all’infinito sulla legittimità di una certa imposizione fiscale rispetto ad un’altra, o sul fatto che lo Stato tenda a far pagare molti presunti suoi servizi, senza però pagare a sua volta per i suoi tanti, ahimé, dimostrabili e palesi disservizi. Ma senza sbattere nel puro e sterile populismo da bar, è evidente che le tasse (cioè, come detto, le imposte, visto che le tasse a ben vedere sono un’altra cosa, e non hanno morfologia in quota percentuale) vanno pagate.

Tuttavia, mi chiedo, non senza una buona dose di provocazione, avrebbe senso pretendere pagamenti relativi a ricchezze che fossero raccolte in un luogo totalmente e strutturalmente impossibile da controllare? A mio avviso questa domanda è immediatamente speculare ad una affermazione, che suona circa così: Lo Stato ha secondo me il diritto di pretendere in ragione di quanto può controllare. Lo Stato può controllare (ergo esporre) la sua performance in materia di gestione della scuola pubblica, del welfare, della sanità, delle infrastrutture? Bene, allora in ragione di questo può anche pretendere legittimamente di esigere introiti relativamente, ancora una volta, a ciò che può controllare. Ma se esistono, come effettivamente esistono, campi nei quali lo Stato non può controllare alcunché, sulla base di cosa il medesimo può pretendere? Sulla base di un postulato astratto?

Se un alieno cadesse nel giardino di casa vostra e vi dicesse telepaticamente che avete vinto la lotteria di un remoto pianeta di Proxima Centauri, che vi ha reso possessori di un giacimento di minerali sconosciuti alla razza umana, convertibili in euro a vostro piacimento sulla base di un superpotere appena conquistato grazie al suddetto contatto telepatico, voi che fareste? Andreste a denunciare al fisco questo vostro giacimento? Suvvia, siamo seri.

Il fatto è che l’economia decentralizzata, che è per moltissimi versi del tutto sovrapponibile a quest’ultimo esempio, per quanto la cosa possa sembrarvi strana o assurda, pone seriamente e oggettivamente il problema non solo della possibilità materiale di un qualsivoglia prelievo su determinate “dotazioni di asset digitali”, ma anche dell’effettiva sensatezza in termini di legittimità, o di legittimità in termini di sensatezza.

Avrebbe senso “tassare preventivamente” l’acutissima intelligenza matematica di un ragazzino che fa gli studi in Italia, e poi, emigrato dopo anni negli USA, diventa multimiliardario in quella nazione, dove evidentemente è anche contribuente?Non credo. Eppure sarebbero gli stimoli italici, il latte e il pane italici, i giochi italici ad aver dato i natali per produrre quella ricchezza finale. Siamo cioè al paradosso. Un paradosso che evidentemente riporta la questione al tema del controllo. Puoi legiferare solo relativamente a ciò che oggettivamente puoi controllare. Se una cosa non la puoi controllare, non hai neppure il diritto (oltre che, passivamente, il potere) di legiferarci sopra.

Al cospetto di questa massima del buonsenso, diventa ancora più evidente la necessità di trattare in modalità assolutamente e completamente decentralizzata tutto ciò che viene implementato attraverso l’economia basata su decentralizzazione. La vera rivoluzione è esattamente questa: la finanza, attraverso la decentralizzazione, torna ad essere libera e insindacabile come tutte le cose che nessuna autorità centrale può permettersi di controllare.

La decentralizzazione restituisce all’uomo la sua libertà, che non è arbitrio, ma al contrario piena responsabilità verso chiunque si ponga al suo stesso livello in uno scambio a due, senza alcuna mediazione basata su poteri forti, esterni, sovraordinati e tendenzialmente avvezzi ad applicare due pesi e due misure.

L’Individuo come Isola Crypto: uno Sconcertante e Luminescente Corollario

Nel mio articolo Ciò che Manca alla Criptosfera enunciavo una sorta di lettura prospettica sul significato parziale del mondo finanziario a base blockchain in assenza di determinate fenomenologie. La mia tesi era ed è, in estrema sintesi, la seguente:

Fino a che le criptomonete saranno unicamente asset digitali da trattare esattamente come azioni, titoli e asset classici, ossia oggetti da comprare e vendere in un’altrettanto classica prassi di trading, le medesime avranno un significato più che mai limitato e relativo, e la loro portata rivoluzionaria sarà strutturalmente incompleta. La vera rivoluzione sarà compiuta quando le criptomonete verranno accettate, ovvero pretese, come strumento reale di retribuzione, sia esso privilegiato rispetto alla moneta fiat, sia esso inserito in un sistema misto, a seconda dei casi e delle convenienze degli attori economici.

Ebbene, mi sono accorto di un dettaglio piuttosto interessante. Ponendo a monte la macroscopica differenza tra moneta fiat e criptomoneta, e rinominando entrambe con due nuove perifrasi, a mio avviso estremamente più eloquenti, vale a dire moneta centralizzata e moneta decentralizzata, l’immediato corollario alla sopraccitata tesi è piuttosto sconcertante, nel senso che apre a scenari che tutto sono fuorché banali.

L’immediato e appunto non banale corollario si esprime in forma di domanda:

Ha senso retribuire un lavoro con moneta decentralizzata se questo lavoro è confinato entro logiche centralizzate?

La domanda apre scenari particolarmente spinosi, anche se estremamente concreti. Un lavoro “centralizzato” è infatti qualcosa che risponde a delle regole che possiamo rifiutare, almeno, con la stessa intensità con la quale rifiutiamo una “moneta” centralizzata. Perché dovrebbe sussistere una differenza?

Visto che oggi possiamo scegliere tra moneta centralizzata e moneta decentralizzata, perché non dovremmo scegliere anche tra ambiti che rendono sensate entrambe, a seconda del mix che intendiamo implementare nella nostra vita optando per l’una o per l’altra, ivi compresi i passaggi tra l’una e l’altra (per esempio exchange crypto-fiat, carte di debito crypto, etc…)?

Mi spiego meglio. La criptomoneta in genere, specie quella utilizzata nella modalità più purista, vale a dire quella implementata dai soli wallet e dagli scambi tra i medesimi, individua un rapporto tra singoli attori economici senza alcuna mediazione. Ebbene, se questo rapporto sottende lo scambio di prodotti e servizi, perché mai la natura e i contesti circostanti dello scambio dovrebbero essere assoggettati a una mediazione?

La grande verità è che la blockchain introduce un concetto la cui portata non è stata ancora compresa appieno, forse perché la sua comprensione piena andrebbe a sconvolgere il mondo così come lo conosciamo, oppure, comunque, a introdurre isole di libertà reale totalmente inimmaginabili. Questo concetto è tanto semplice quanto appunto sconcertante: Tramite la criptosfera l’individuo diventa proprietario assoluto o quasi assoluto della sua “isola-nazione”, un vero e proprio “stato” che può permettersi di avviare potenzialmente commerci con qualsiasi altro analogo stato condivida la stessa natura insulare-soggettiva.

A questo punto so già quella che potrebbe essere la vostra obiezione. Chi vigila? Chi fa rispettare le regole?

La risposta è molto semplice, e discende dall’insensatezza della domanda stessa. Le “regole”, infatti, ovvero quelle che chiamiamo regole, non alludono a uno stato formato da un solo cittadino, ma a uno stato che deve necessariamente “regolare” la vita e la convivenza di milioni e milioni di cittadini. In uno stato formato da un solo cittadino, l’unica regola pensabile è data dalla libera e responsabile contrattazione con un altro stato-individuo, che — attenzione — sarebbe per definizione alla pari. Ma non solo. Tale “giurisdizione insulare” non mette minimamente in crisi quella vigente al di fuori delle due “isole-stato”, perché riguarda solo sé stessa, e qualora vada a infrangere leggi “ambiente” essa ricade naturalmente in esse, ma solo per quel che riguarda le eventuali conseguenze nell’ambiente stesso, che sta al di fuori dell’isola.

La vera questione è un altra: quali luminescenti prospettive si aprono al cospetto dell’effettiva “autogiurisdizione cripto-insulare” che ciascuno di noi può dare al proprio agire nel campo della diplomazia commerciale con altri individui-cripto-stati?

A voi la risposta… Ma ci tornerò…

Ciò che Manca alla Criptosfera

Lo stato dell’arte

Il mondo delle criptomonete è sostanzialmente costituito da due grandi ambiti: quello della ricerca, che rimane a lungo sostanzialmente back-end rispetto alla conoscenza dell’utenza finale, e quello appunto del cosiddetto retail, ovvero dell’utente medio. Per forza di cose, quest’ultimo ambito è legato al mainstream, ossia, più precisamente, alle semplificazioni connesse all’uso “di massa” che in quel preciso momento caratterizza le criptomonete.

Detto questo, in che fase siamo oggi? Diciamocelo chiaramente… L’atto di “detenere” criptomoneta (in gergo italianizzato, holdare), specie bitcoin, ossia l’asset digitale “veterano” che in questi ultimissimi anni si è attestato come vero e proprio “oro digitale”, crescendo esponenzialmente di valore, ha un solo significato operativo: investire, ossia “mettere soldi” oggi per ritrovare “più soldi” domani.

Coloro che già possiedono criptomonete perché le hanno acquistate, o addirittura minate (create ex novo), in tempi non sospetti, semplicemente godono di una congiuntura molto fortunata: possono continuare a detenerle per vedere crescere ulteriormente il loro portafoglio digitale, oppure possono spenderle attraverso i mille canali oggi a disposizione, come carte di debito, exchange, oppure servizi che accettano criptomoneta come sistema di pagamento.

Chi, al contrario, si è affacciato più tardi a questo mondo può solo fare una cosa: comprare criptomoneta da un exchange e usarla in qualche modo. In quest’ultimo caso, l’opzione più gettonata è appunto quella dell’investimento a breve (trading) o a medio-lungo termine (semplice holding, oppure altre modalità, come lo staking, ossia il parcheggio vincolato a fronte di un interesse o di vantaggi laterali, come cashback e affini).

Tutto qui?

Per molti, o per troppi, questo potrebbe apparire come il migliore dei mondi possibili: mettere moneta fiat in un cilindro per poi ritrovarsi, attraverso una “cripto-magia”, a poter fare uscire un coniglio con in bocca banconote della medesima valuta “ordinaria” più numerose di quelle originarie.

Ebbene… A mio avviso questa forma mentis è sbagliata in quanto fortemente riduttiva rispetto all’idea intrinseca alla base delle criptomonete. Il grosso problema “al contorno”, che purtroppo nutre questo atteggiamento riduttivo, è molto, molto semplice:

Oggi come oggi noi possiamo facilmente comprare e utilizzare criptomoneta, per investimento o per acquistare beni e servizi, ma molto difficilmente possiamo guadagnarla direttamente senza passare attraverso le comuni valute nazionali.

Questo aspetto strettamente fenomenologico è secondo me il più importante scoglio da superare, e per superarlo c’è un solo modo: diffondere la cultura delle criptomonete attraverso canali più efficaci, al fine di massimizzarne la detenzione, e parallelamente comunicare a terzi la propria piena disponibilità ad essere pagati direttamente in criptomoneta.

In qualche misura, oggi si ritiene, magari anche inconsciamente, che la generazione di criptomoneta in forma di interesse (si pensi al boom della cosiddetta DeFI, o finanza decentralizzata) possa essere la modalità migliore per “creare” criptomoneta, ossia astrattamente di guadagnarla. Questa concezione è a mio avviso estremamente sbagliata, per il semplice fatto che tale interesse deriva meccanicamente da un guadagno reale e originario in valuta fiat, che viene solamente dirottato in un asset digitale e trasformato attraverso artifici di trading, manuali o automatizzati che siano. Ora, il trading non è nato ieri, ma si tratta di una prassi secolare, che può essere svolta con centinaia di valori da comprare al ribasso per vendere al rialzo: dal petrolio alle azioni, dall’oro al granoturco. Questa prassi, dunque, si affianca ad altre prassi del tutto analoghe, che però non hanno nulla a che fare con le criptomonete, ma anzi derivano da economie del tutto standardizzate. Non solo: risulta evidente che, per quanto bitcoin, senza fare nulla, si sia dimostrato il “bene rifugio” più interessante del nostro presente, qualsivoglia attività di commercio o di impresa darebbe risultati sicuramente più corposi e immediati: della serie, compro ora a dieci per vendere tra un’ora a venti.

Riassumendo, bisogna necessariamente citare l’immediato corollario di quanto detto. Il “guadagnare” criptomoneta in forma di cripto-interesse è appannaggio di chi ha già il denaro (fiat per definizione, peraltro con tutta probabilità conservato in circuiti completamente centralizzati) da investire in tal senso, quindi non è una forma diretta di guadagno, ma al contrario una forma di conferma della vecchia economia.

Il vero guadagno in criptomoneta sarà operativo solo quando (1) la domanda di beni e servizi avrà a disposizione criptomoneta per effettuare i pagamenti e (2) l’offerta dei medesimi sarà incline a farsi pagare in criptomoneta.

Una possibile ricetta

Secondo me, una delle più efficaci “ricette” per velocizzare le condizioni di base del fenomeno di conversione economica sopra descritto sarebbe rappresentata da una prassi di questo genere: effettuare grandi transazioni di capitale attraverso queste fasi: (a) acquisto per conto terzi (meglio se in condizioni di trattativa privata over the counter) di valuta digitale, non necessariamente bitcoin, ma anche asset specifici a seconda delle esigenze del cliente; (b) scorporo di una percentuale della cifra, espressa in valuta digitale di destinazione, come commissione-compenso dell’operatore; (c) detenzione del residuo fondo criptomonetario nel wallet digitale del cliente.

In questo modo si andrebbero a creare due corpose voci in criptovaluta: da un lato lo stock nel portafoglio del cliente (con tutta probabilità un operatore nel mercato emergente del digitale, o in mercati fortemente mediati dal digitale), che presumibilmente potrebbe tramutarsi in stipendi, rimborsi spesa, operazioni condotte direttamente in asset digitali; dall’altro lato, si andrebbe effettivamente a generare un guadagno (flusso) “nativo” (quindi, nella nostra trattazione, reale) in criptomoneta per l’operatore, che non avrebbe acquistato la medesima con risorse proprie, ma con un input di sola entrata in valuta fiat da parte del cliente, definitivamente trasformata (in tutto o in gran parte) in valuta digitale.

Statisticamente quest’ultimo guadagno, per ovvie ragioni di secondo livello rispetto al potere d’acquisto originario della grande transazione-conversione, costituirebbe la via principale per accumulare criptomoneta di scambio intermedio, necessaria per avviare quel procedimento di conversione economica reale di cui all’inizio di questo articolo.

Conclusioni

La vera spinta all’adozione delle criptomonete, quindi, non deve solo puntare all’acquisto e alla detenzione delle medesime, magari solo per scopi di trading, che abbiamo visto essere perfettamente legittimi, ma non certo innovativi. All’opposto, si deve più che mai incentivare la volontà di essere pagati con criptomonete, che solo attraverso questo flusso diretto in entrata possono effettivamente diventare uno strumento di libertà finanziaria, decentralizzazione e sviluppo economico concreto.

Nuovo Crypto Canale Twitter

L’eloquente sfondo di Phil Crypto Beach…

Ho deciso di aprire un nuovo canale Twitter interamente dedicato alla cultura della blockchain e delle criptovalute. In generale, come ovvio, questi miei interessi si trovano un po’ ovunque, sia nel mio account personale che in quello che ho chiamato Phil Palm Beach. Mi serviva però un canale interamente dedicato all’argomento.

Phil Crypto Beach!

Vivaldi