Ancora su Carte Crypto, e poi Palm Beach (Twitter Edition)

Da circa un mese non scrivo. Curioso che in questo mese il mercato (e il fenomeno) delle criptomonete (e dei servizi ad esse connessi) sia letteralmente esploso. Nell’ultimo mio articolo parlavo di carte crypto, e del loro sensato utilizzo. Con questo articolo voglio semplicemente riprendere il discorso, aggiungendo alcune considerazioni, nonché risorse utili per il lettore.

Riassumendo, in questo specifico intorno storico, le carte crypto dovrebbero essere semplicemente degli strumenti che trasformano in modo agevole ed economico le criptomonete in valuta fiat, direttamente utilizzabile nei normali circuiti.

La base fondamentale di questo articolo-continuazione, e in generale di tutto quello che scrivo, è quella che percepisco come una necessità di proporzioni epocali: Parlare di tecnologia, modernità e innovazione con un linguaggio semplice, orientato a spiegare le cose al fine di renderle concrete e utilizzabili.

Il mondo delle criptomonete (e delle architetture blockchain in genere) rappresenta più di altri questa necessità implicita. Allude infatti a concetti fondamentali, che però oggi vengono padroneggiati solo da chi si fregia del titolo di addetto ai lavori, con l’effetto immediato di escludere e allontanare proprio chi dovrebbe essere coinvolto per primo: l’uomo della strada, il lavoratore, il professionista.

Parlando di concetti fondamentali non posso fare a meno di citarne due: la privacy e la decentralizzazione. In un sistema dove la privacy è tranquillamente permeabile all’azione di grandi sistemi centralizzati, è evidente che il potere spetta o al regime che dall’alto governa e impone, oppure, ancora peggio, alla lobby in grado di far valere il suo primato contrattuale per corrompere il sistema e farlo lavorare a suo vantaggio.

L’idea di decentralizzare la finanza globale è dunque a tutti gli effetti un’idea rivoluzionaria, perché restituisce il concetto di “valore” alla reale autonomia dei soggetti che lo scambiano dal basso in un mercato libero, e non liberista.

Per parlare di tutte queste cose ho coniato la sigla Palm Beach, che uso in vari siti del web. La spiaggia delle palme è una metafora della zona franca, dell’isola pirata, ma anche del luogo “al di fuori”, dove pensare, raccogliere, confrontarsi. Recentemente ho utilizzato questo nome anche in Twitter, dove raccolgo idee, consigli, codici a disposizione dei lettori per iscriversi a determinati servizi e godere di vantaggi particolari, e via discorrendo. Fateci un salto.

Sulle Carte “Crypto”, un Compendio

Da qualche tempo a questa parte, lo sapete, mi interesso operativamente e creativamente di blockchain e criptomonete. Il tema, molto dibattuto, emergente, nonché frutto di parecchi fraintendimenti, è ovviamente molto articolato e complesso. In questo articolo il mio intento è di fare chiarezza su un “prodotto” che in questi mesi sta letteralmente dilagando in Europa, con progetti vari e diversi. Sto parlando delle carte per spendere criptomonete.

Cos’è una carta crypto e quale sarebbe la sua funzione? Bella domanda. Sì, bella domanda, perché le carte in circolazione sono molto diverse tra loro, e a volte citano la variabile “crypto” un poco a sproposito.

Ragionevolmente parlando, a mio avviso una carta crypto dovrebbe semplicemente essere uno strumento in grado di trasformare rapidamente le criptomonete in valuta fiat corrente, per renderle spendibili attraverso un comune circuito.

La mia definizione vi risulta abbastanza ragionevole? Credo di sì. Ma nella realtà del mercato noi abbiamo svariati progetti che allargano questa definizione, fino a farla sconfinare in strumenti che risultano piuttosto lontani da questo uso. Facciamo un esempio concreto per capirci.

Il caso 2gether: crypto o trading?

In questo periodo sto usando una carta che si chiama 2gether, progetto spagnolo peraltro molto interessante, e per quello che mi riguarda del tutto funzionante (cosa tutt’altro che scontata). La carta in questione, a parte il token nativo e i vantaggi nello “stoccarlo” (staking, prassi molto in voga, di cui però non parlerò qui) presenta questa struttura complessiva: (a) una serie di cosiddetti account, che possono raccogliere sia euro che criptomonete; (b) due wallet classici, che possono accogliere solo bitcoin ed ethereum. Negli account voi potete solo e unicamente comprare criptomonete utilizzando gli euro contenuti nel relativo account. Queste criptomonete, il cui valore ovviamente fluttua, possono essere spese direttamente (cambio in euro automatico) con la carta, senza spese e senza commissioni. Anche le criptomonete dei wallet, che invece possono essere acquisite solo attraverso transazioni da altri wallet, possono essere spese con la carta, ma con spese (fee) molto (molto) più alte.

Morale della favola: la convenienza vera (wallet a parte) di una carta come la 2gether sta solo nel trasformare euro in crypto, e crypto in euro; ossia, ragionando in termini di input e output, nel trasformare euro in euro. Ma perché mai dovrei passare per le crypto se ho già euro? Ecco dunque la conclusione: in realtà questa carta non è tanto una carta crypto, ma una carta che usa le crypto come strumento di trading, di compravendita, per il semplice fatto che la sensatezza di tutto questo gioco fiat-crypto-fiat sta nel comprare al ribasso e vendere al rialzo. La stessa cosa potrebbe essere fatta con qualsiasi titolo borsistico, oppure comprando e vendendo oro, argento, petrolio, etc…

Insomma, la carta 2gether funziona benissimo, e utilizza criptomonete come asset di scambio, ma di fatto non sembra rientrare nella definizione che ho dato. Più che uno strumento “crypto” sembra essere una carta per fare “trading attraverso crypto”, per poi spendere qualche euro in più. La parte wallet in effetti svolgerebbe al meglio la funzione di una carta crypto, ma come detto le crypto sono unicamente BTC ed ETH, e le transazioni in uscita (crypto-euro) sono abbastanza sconvenienti.

Ci sono inoltre carte crypto che permettono di avere sconti, godere di abbonamenti compresi nel prezzo, ricevere cashback, incassare interessi passivi, etc… Tutte cose interessanti. Ma tutte cose che riguardano il comune marketing, e non direttamente le crypto.

La vera questione delle carte crypto

Esistono carte che spendono direttamente crypto? La risposta è assolutamente affermativa. Da questo punto di vista non me la sento di parlare di tutto quello che offre il mercato. Ci sono recensioni, come questa che segue, assolutamente pregevoli, circostanziate, logicamente non esaustive ma adatte a farlo meglio di quanto possa fare io. (Io per esempio sono ora un tester di Monolith, carta peraltro citata nella recensione, che funziona esattamente come un comune wallet non-custodial, a sua volta connesso a una semplice Visa. Chiunque volesse avere delucidazioni in materia può contattarmi in privato senza problemi. Ma questa è un’altra storia…)

Avendo capito cosa sono le carte crypto, o almeno cosa ci si dovrebbe aspettare dalle medesime, la domanda che secondo me ci si dovrebbe porre è di tutt’altra natura. A che cosa dovrebbero veramente servire le carte crypto? Ovvero: Le carte crypto possono avere senso di per sé, o necessitano di un contesto operativo per avere effettivamente senso e utilità?

Mi sono parecchio arrovellato su questa questione, e sono giunto all’unica conclusione possibile.

Le carte crypto hanno senso compiuto solo nel caso in cui le prestazioni professionali di chi le detiene vengano comunemente pagate in criptomonete dal committente di turno. In altre parole, le carte crypto propriamente dette servono a chi ha già di suo la possibilità di incamerare criptomoneta in via diretta, nel modo classico veicolato dall’architettura blockchain.

Insomma, c’è poco da fare. Se escludiamo il trading, la facoltà di trasformare crypto in valuta corrente ha senso solo se qualcuno ci invia crypto come mezzo di pagamento, o se noi stessi lo facciamo, evidentemente avendole guadagnate altrove nello stesso modo (visto che, in caso contrario, ricadiamo nel caso del trading).

Il problema dell carte crypto si riconduce dunque al problema delle crypto stesse: la loro diffusione, ovvero il loro utilizzo.

Frammenti di Buona Scrittura

Io scrivo molto. Scrivo, però, per cose molto diverse tra loro. Una lista della spesa non è propriamente il manoscritto di un romanzo, esattamente come una pagina di diario non è come un discorso politico. La scrittura, nel mio mondo, è ovunque. Essendo peraltro molto interessato alle canzoni, ma anche alle opere teatrali e alle performance in genere, si capisce come la scrittura abbia per me anche a che fare con la musica. Gli esempi potrebbero essere molti, o troppi.

Ci sono cose che necessariamente devo scrivere sul web, o comunque in forma elettronica, e altre che altrettanto necessariamente (per quanto possa sembrare strano) devo scrivere su carta. Un mini notebook “alla field notes”, con una matita associata ad un buon temperamatite, costituisce per me la dotazione perfetta.

Alcuni esempi di mini notebook. Quello aperto è della MUJI. L’altro della Nomad. Ottimi entrambi.

In questo periodo si esce poco. Le avventure urbane (chiamiamole così) che possono regalarci ispirazioni sono abbastanza rare. Eppure non abbandono mai questa abitudine di segnare la carta con un pezzo di grafite, per annotare idee, abbozzi, concetti da ritrovare o sviluppare altrove.

Ancora su Session Crypto Chat

Qualche tempo fa mi sono occupato di Session, un particolare messenger sia per desktop che per smartphone che funziona senza alcun collegamento con identità personale e numero di telefono, utilizzando strutture tipiche dell’architettura blockchain. In altre parole, Session è una sorta di wallet personale, che al posto delle criptovalute contiene le vostre chat intrattenute con altrettanti utenti del medesimo strumento.

Session presenta dunque le medesime caratteristiche di un comune wallet. All’entrata vi viene data, in forma randomizzata, una chiave privata, costituita da una sequenza di parole segrete da utilizzare in caso di chiusura o smarrimento del wallet fisico, e una chiave pubblica, ovvero una banalissima stringa di lettere e numeri (paritetica al parallelo QR code che l’applicazione può tranquillamente scansionare) che caratterizza il vostro indirizzo da diffondere tra amici e contatti.

Per esempio, se volete comunicare con me attraverso questa applicazione, senza spendere il vostro numero di telefono, dovete semplicemente scaricare l’applicazione dallo store del vostro sistema operativo smartphone, generare in automatico una chiave e una recovery phrase (che annoterete altrove), e ricopiare la mia stringa pubblica nel vostro device (oppure, stessa cosa, scansionare il QR code che trovate di seguito.

Chiave pubblica di Filippo Albertin su Session:

05dceac527d1658b2d000e96935547c926ca49249712299d831130e73f3c24ca02

QR code:

Vivaldi