La Decentralizzazione come Rivoluzione dell’Economia Non Euclidea

Premesse fondamentali

Questo articolo è il seguito consequenziale di un altro, che a sua volta era il seguito altrettanto consequenziale del primo, avente a che fare con lo stesso tema di fondo: i caratteri della piena sensatezza delle criptomonete. Per comprendere appieno quanto sto per dire consiglio vivamente di leggere da subito gli altri due.

Premessa fondamentale di quanto sto per dire è che io non credo assolutamente che le monete fiat scompariranno per effetto delle loro dinamiche di inflazione sul mercato. Credo, invece, che le monete fiat abbiano degli oggettivi difetti che solo una seria e coerente adozione di criptomonete può correggere, sia direttamente (attraverso la sostituzione effettiva) che indirettamente (attraverso i vantaggi “esterni” alla sostituzione, in termini di attenuazione del fenomeno di stampa indiscriminata di moneta classica). In questo senso, esattamente come accade per i sistemi operativi che fanno girare i nostri computer, sono convinto che il migliore dei meccanismi finanziari di scambio sia quello più probabile e naturale, ossia quello misto, dove i singoli attori possono scegliere di volta in volta se rivolgersi — continuando sulla scia della metafora informatica — a Windows, a Linux, oppure ad entrambi.

Casi concreti

Nei due articoli che ho citato sono giunto ad una conclusione sintetizzabile in questo modo:

Un qualsivoglia rapporto economico tra due attori, avente come oggetto l’erogazione di un bene o servizio a fronte di una transazione in criptomoneta, ossia in “moneta decentralizzata”, ha senso solo se quella prestazione risulta altrettanto decentralizzata, vale a dire avulsa dalla presenza di terzi soggetti in grado di contaminarla attraverso un potere centralizzato.

Facciamo un esempio concreto. Tizio intende vendere a Caio un suo corso di inglese, realizzato in presenza e a domicilio. Come compenso, Tizio chiede a Caio una cifra di 50.000 satoshi. Caio invia i 50.000 satoshi all’indirizzo del wallet di Tizio, e Tizio, come detto, si reca a casa di Caio per impartire le lezioni pattuite.

Cosa potrebbe succedere “di male” in questa transazione — ribadisco — effettuata in modalità completamente decentralizzata?

Caso A: Tizio incassa i 50.000 satoshi e non si fa più vedere. Caso B: Tizio eroga le sue lezioni, ma Caio non invia nulla e non si fa più vedere.

Ora, in un’economia nazionale a base di monete fiat nazionali, sembrerebbe esserci più tutela, sia per Caio nel caso A che per Tizio nel caso B. Ma siamo veramente certi di questo? In che senso e con quali modalità vengono tutelati Tizio e Caio, l’uno dall’altro, ovvero l’uno contro l’altro? Per essere tutelati, entrambi devono mettere in piedi nuovi contratti con terze parti — per esempio, avvocati — che sulla base di un potere centralizzato di prelievo forzoso, ora su Tizio, ora su Caio, a seconda dei casi, andranno a obbligare un certo pagamento attraverso sistemi, appunto, forzati e polizieschi. Forti di tale apparente tutela, Tizio, se già nella possibilità di pagarsi delle spese legali, non avrà alcun problema a vendere le sue lezioni a “un Caio qualunque”, perché saprà di potersi rivalere a norma di legge. Lo stesso farebbe Caio, ove nelle stesse condizioni di cui sopra, accettando corsi da “un qualsiasi Tizio” senza preoccuparsi più di tanto. Morale della favola: la “tutela” in questione altro non è che una conseguenza di “contratti terzi” (onerosi) che potrebbero attivarsi comunque solo a vantaggio di persone in grado di permetterselo. (Non sto ovviamente qui a riassumere la storia di gente che l’ha sempre fatta franca solo perché in grado di comprarsi giudici e pagare studi legali di grido, gli stessi studi legali che partoriscono la gran parte dei sindaci e dei governatori a capo di grandi città e regioni.)

Nel caso della moneta decentralizzata, invece, la sola responsabilità del rapporto economico sta nel rapporto tra Tizio e Caio, secondo uno schema di giochi ripetuti. Se a Tizio o a Caio “andrà male”, significa che qualcuno dei due avrà dato fiducia in maniera troppo disinvolta, e un secondo errore difficilmente verrà fatto la prossima volta. Se invece, ben più probabilmente, consci del fatto di essere i soli responsabili di quella specifica transazione e di quello specifico scambio, sia Tizio che Caio avranno modo di conoscersi bene prima, o comunque di ripetere più volte il medesimo cementando stima e fiducia reciproca, non ci sarà alcuna ragione per dubitare l’uno dell’altro. Al limite, sempre per effetto della libera e spontanea contrattazione in assenza di qualsiasi terza parte, i due potranno stabilire delle modalità di pagamento intermedie, o comunque dei meccanismi di alleggerimento o neutralizzazione di qualsiasi eventuale asimmetria contrattuale residua. Tutto in assenza di spese ulteriori.

Siamo qui all’apice del ragionamento, che individua nella “forma decentralizzata” una vera e propria versione non euclidea dell’economia classica e classicamente mediata da borse, banche centrali, autorità di controllo, poteri istituzionali e poteri privati.

Questo semplicissimo esempio illustra quanto ciò che chiamiamo “tutela”, in un sistema in cui i nostri soldi sono nelle mani di sistemi centralizzati, quasi completamente sottratti alla nostra responsabilità personale, sia in realtà la pomata antidolorifica che andrà a risolvere la martellata che noi stessi abbiamo deciso di infliggere al nostro ginocchio.

Di contro, un’economia decentralizzata è un economia che si basa su rapporti stretti, approfonditi, virtuosi, o comunque obbligatoriamente incentrati sulla responsabilità personale, dunque sulla serietà, e non su “stampelle” (peraltro alimentate da ulteriori spese) atte a mimare un’uguaglianza che alla fine dei giochi è solo sulla carta.

A questo punto, la grande questione del grande fratello…

Seguite il mio ragionamento. Ben giustamente, i guadagni prodotti all’interno di una nazione, espressi nella valuta fiat di quella nazione, sono assoggettati ad una quota di imposte che si suppone servano a far funzionare la nazione stessa, intesa come rizoma di servizi che hanno reso possibili quei guadagni. Ora, possiamo discutere all’infinito sulla legittimità di una certa imposizione fiscale rispetto ad un’altra, o sul fatto che lo Stato tenda a far pagare molti presunti suoi servizi, senza però pagare a sua volta per i suoi tanti, ahimé, dimostrabili e palesi disservizi. Ma senza sbattere nel puro e sterile populismo da bar, è evidente che le tasse (cioè, come detto, le imposte, visto che le tasse a ben vedere sono un’altra cosa, e non hanno morfologia in quota percentuale) vanno pagate.

Tuttavia, mi chiedo, non senza una buona dose di provocazione, avrebbe senso pretendere pagamenti relativi a ricchezze che fossero raccolte in un luogo totalmente e strutturalmente impossibile da controllare? A mio avviso questa domanda è immediatamente speculare ad una affermazione, che suona circa così: Lo Stato ha secondo me il diritto di pretendere in ragione di quanto può controllare. Lo Stato può controllare (ergo esporre) la sua performance in materia di gestione della scuola pubblica, del welfare, della sanità, delle infrastrutture? Bene, allora in ragione di questo può anche pretendere legittimamente di esigere introiti relativamente, ancora una volta, a ciò che può controllare. Ma se esistono, come effettivamente esistono, campi nei quali lo Stato non può controllare alcunché, sulla base di cosa il medesimo può pretendere? Sulla base di un postulato astratto?

Se un alieno cadesse nel giardino di casa vostra e vi dicesse telepaticamente che avete vinto la lotteria di un remoto pianeta di Proxima Centauri, che vi ha reso possessori di un giacimento di minerali sconosciuti alla razza umana, convertibili in euro a vostro piacimento sulla base di un superpotere appena conquistato grazie al suddetto contatto telepatico, voi che fareste? Andreste a denunciare al fisco questo vostro giacimento? Suvvia, siamo seri.

Il fatto è che l’economia decentralizzata, che è per moltissimi versi del tutto sovrapponibile a quest’ultimo esempio, per quanto la cosa possa sembrarvi strana o assurda, pone seriamente e oggettivamente il problema non solo della possibilità materiale di un qualsivoglia prelievo su determinate “dotazioni di asset digitali”, ma anche dell’effettiva sensatezza in termini di legittimità, o di legittimità in termini di sensatezza.

Avrebbe senso “tassare preventivamente” l’acutissima intelligenza matematica di un ragazzino che fa gli studi in Italia, e poi, emigrato dopo anni negli USA, diventa multimiliardario in quella nazione, dove evidentemente è anche contribuente?Non credo. Eppure sarebbero gli stimoli italici, il latte e il pane italici, i giochi italici ad aver dato i natali per produrre quella ricchezza finale. Siamo cioè al paradosso. Un paradosso che evidentemente riporta la questione al tema del controllo. Puoi legiferare solo relativamente a ciò che oggettivamente puoi controllare. Se una cosa non la puoi controllare, non hai neppure il diritto (oltre che, passivamente, il potere) di legiferarci sopra.

Al cospetto di questa massima del buonsenso, diventa ancora più evidente la necessità di trattare in modalità assolutamente e completamente decentralizzata tutto ciò che viene implementato attraverso l’economia basata su decentralizzazione. La vera rivoluzione è esattamente questa: la finanza, attraverso la decentralizzazione, torna ad essere libera e insindacabile come tutte le cose che nessuna autorità centrale può permettersi di controllare.

La decentralizzazione restituisce all’uomo la sua libertà, che non è arbitrio, ma al contrario piena responsabilità verso chiunque si ponga al suo stesso livello in uno scambio a due, senza alcuna mediazione basata su poteri forti, esterni, sovraordinati e tendenzialmente avvezzi ad applicare due pesi e due misure.

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Vivaldi