Sul Rapporto col Mainstream

Da qualche tempo a questa parte mi sto profondamente interrogando sull’idea di mainstream, intendendo con questo termine qualcosa che probabilmente c’è sempre stato, ma che aveva, in passato, un carattere molto diverso da ciò che abbiamo oggi costantemente sotto gli occhi.

Un tempo, per intenderci, poteva esserci una certa commedia all’italiana che era contemporaneamente prodotto di consumo e prodotto altamente intellettuale, caustico, scomodo, satirico e culturalmente rilevante. La grande stagione degli anni Sessanta, Settanta e per molti versi anche Ottanta ci ha regalato tante perle di questo genere.

Oggi invece il mainstream allude a una sorta di corrente che necessariamente devi prendere in considerazione. Può piacerti, può non piacerti, oppure può piacerti o non piacerti in parte, a settori, per sommi capi, a seconda… Ma una cosa è certa: non puoi fare finta di niente. O ci sei dentro inconsapevolmente, o ci sei dentro con una riluttanza che non può permettersi di essere totalizzante, pena l’assenza di senso, e il muoversi lungo direttrici altrettanto insensate.

La questione banale si pone nel momento in cui affiorano servizi e appartenenze che per una serie di ragioni risultano preferibili al mainstream, ma con effetti collaterali che vanno interpretati con lucidità.

Facciamo un esempio banalissimo. Whatsapp è un’applicazione assolutamente mainstream. Infatti la usano tutti, e probabilmente questi tutti, nominando applicazioni più recenti e molto più sicure, come Telegram, oppure Signal, oppure Session, non capirebbero neppure di cosa si sta parlando. Ed ecco appunto il problema che affiora: è vero che ci sono applicazioni che sono molto migliori, ma è anche vero che la gente non le usa, e questo non è solo un problema suo, ma anche tuo. Ecco allora che, come in politica, dove pure vale la decisione di pancia, il voto utile, e altri orrori del genere, bisogna iniziare a spiegare, a convincere, a fare i professori di turno. Una cosa insopportabile, dover convincere qualcuno di qualcosa che non capisce e non riesce a capire.

La stessa cosa vale per i grandi nomi del web: Facebook, Twitter, Google… Hai voglia a spiegare alla gente che il fediverso è molto meglio. Lo è, molto meglio, ma in un mondo ancora parziale, immaginato, o comunque non sovrapponibile a quello reale.

Ma non è finita qui! Il problema è anche l’opposto. Perché non solo capita che “le persone normali” non utilizzino i servizi “non mainstream”, rendendo questi ultimi, come ogni tanto si dice, di nicchia. Capita infatti anche che — ovviamente senza generalizzare — le persone che invece utilizzano comunemente i servizi di nicchia siano pure ben troppo anomale!

Riassumendo, è pur vero che un certo mainstream può essere dannoso, o dubbio, o non ottimizzato; ma è anche vero che il mainstream esiste, esattamente come esiste il pensiero unico, e per emanciparmi in modo intelligente da queste correnti non ottimizzate della società reale non posso diventare automaticamente un facinoroso anarchico, inseguendo l’esatto opposto.

Google mi spia? Ok, lasciamo che mi spii. Dopotutto cosa potrà fare coi miei dati personali? Sono forse un capo di stato? Non credo. Al limite farà di tutto per vendermi qualcosa. Magari qualcosa che forse mi può effettivamente interessare.

Facebook è una cloaca di neofascisti e casalinghe che postano auguri all’umanità? Può essere. Ma mi basta non fare amicizia con loro. Se poi Facebook censurerà un mio comizio, ok, lo posterò altrove, magari in una chat privata e criptata, oppure — questo sì — in un blog nel fediverso decentralizzato. E sarò furbo, nel senso che metterò un link che da Facebook arriverà direttamente a questa mia isola al di fuori del mainstream. Così salvo la capra e i cavoli.

Questo voglio dire: che il mainstream è tuo nemico solo se non sai come usarlo con intelligenza e consapevolezza.

Morale del post: Non ho alcun problema a usare Google, esattamente come non ho alcun problema a usare i motori di ricerca alternativi Qwant o DuckDuckGo se lo ritengo opportuno. Ciò che risulta importante è sapere cosa si sta facendo e perché, tenendo soprattutto presente il contesto nel quale ci si muove.

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