Protocolli per un Dialogo Tecnoanalogico: una Questione Politica e Culturale

Photo by Lorenzo Herrera on Unsplash

Sono nato nel 1975. La mia infanzia e prima giovinezza, dunque, è stata dominata da una compresenza piuttosto istruttiva: l’analogico e il digitale; da un lato l’odore delle matite, dall’altro i primi personal computer. Ricordo, a tale proposito, una seducente canzone di Franco Battiato, inserita nell’album Mondi Lontanissimi (1985), forse il primo ad utilizzare sequencer controllati appunto da un PC.

Ebbene, la civiltà contemporanea è letteralmente immersa nella tecnologia. Ma in che modo viene utilizzata? I più vecchi e saggi non la sanno ancora inserire nella propria esistenza quotidiana. I più giovani, che la conoscono come le loro tasche, non la indirizzano a livello culturale e contenutistico. Insomma, serve qualcosa di intermedio. Serve una compilazione, una traduzione, una facilitazione, una mediazione acuta e creativa.

Quando avevo vent’anni, ossia al primo apparire del web, si parlava molto di telelavoro. Si diceva che i computer interconnessi avrebbero praticamente annullato il traffico stradale, visto che la gente avrebbe svolto tranquillamente la maggior parte del lavoro a casa. Ebbene, oggi le nostre case sono connesse attraverso reti velocissime. Eppure? Eppure il traffico non solo non è diminuito, ma è addirittura aumentato. Evidentemente qualcosa non ha funzionato, e quel qualcosa è indubbiamente la cultura. La grande rete ha globalizzato la mediocrità. Ovvero, la divisione in termini digitali è una questione culturale, e non strettamente tecnologica.

Io sono assolutamente convinto del fatto che un progetto di miglioramento, in tal senso, potrà solo essere implementato da operatori umani, docenti, formatori, insegnanti, ma soprattutto creativi riuniti in team omogenei a livello di competenze tecniche. Servono punti di riferimento umanizzati.

Questa proposta non si rivolge solo ai singoli, ma anche ai partiti che intendono veicolare quella che loro chiamano innovazione. Il vero e serio “partito comunità” dovrà affrontare questa questione nella direzione di uno sviluppo interno di competenze condivise e messe a disposizione della militanza.

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  1. Si bravo, ci pensa il “partito comunità”.

    Non hai capito come funziona la democrazia, dal V secolo avanti Cristo. La democrazia si fonda sul consenso e quindi sul voto di scambio, sul do ut des. Tu non ottieni il consenso dei deficienti se gli dici che sono deficienti, gli devi dire che sono tutti artisti, scienziati, santi e navigatori. Il fatto che Internet col tempo sia stata venduta come prodotto di massa e “stupidificato” è la stessa ragione per cui gli scemofoni hanno preso il posto dei PC. Non devi mettere la gente, vedi alla voce “cliente”, a disagio, non devi fargli delle domande, imporgli di imparare delle cose nuove. Devi metterlo nella stessa condizione della TV, che non a caso da sempre è il riferimento di chi vuole fare “business” con Internet. Lo stesso vale per qualsiasi cosa, devi smussare le forchette perché la gente se le infila negli occhi, ci devi mettere l’avvertenza “non infilare la forchetta negli occhi” e idealmente devi vendere la auto-forchetta, la forchetta a forchettamento autonomo.

    D’altra parte, guarda che in qualsiasi contesto non sono i “tecnici” a comandare, sono i venditori. Che sia la “politica” o una azienda, non fa differenza. Chi decide è sempre una persona che vive con le relazioni e che vede il “prodotto/servizio” come un espediente per creare e gestire relazioni. Non sanno niente dei tecnicismi e nemmeno vogliono o gli serve saperlo. Tanto quando serve ci sono li i “tecnici” a darci dentro con chiavi e martelli, un tanto all’ora.

    1. Trovo curioso che il tuo commento, credo pronunciato contro il mio post e contro la mia posizione, esprima concetti che condivido in pieno. Li condivido, però, alla luce di un “purtroppo” di fondo, che se da un lato si scontra con una realtà oggettiva da valutare altrettanto oggettivamente (e lucidamente, e impietosamente), dall’altro lato impone comunque a chiunque abbia un minimo di raziocinio un “che fare”, ergo un processo di risoluzione almeno parziale di determinate problematiche. Ossia, qui non stiamo parlando di un sistema che, per quanto detestabile, funziona, ma di un sistema che chiaramente porge delle ampie zone di malfunzionamento.

      1. Il punto del commento è che se non vedi il problema non puoi risolvere il problema.

        C’è una sola soluzione al problema generale e consiste nel migliorare ogni singolo essere umano. Dove per “migliorare” si intende dargli la maggiore quantità possibile di informazioni e di metodi per elaborare le informazioni.

        Questo contraddice la “missione” della cosiddetta “sinistra”, che non è quella dichiarata di emancipare il proletariato ma quella di estendere il proletariato all’intera umanità, di ricondurre tutti all’interno della “Classe”, cioè del prototipo ideale. Ricondurre l’umanità al proletariato significa fare l’esatto contrario di quanto sopra, cioè bisogna ricondurre ogni individuo al minimo comune denominatore, quindi dargli meno informazioni possibile e meno metodi possibile per elaborare le informazioni.

        Tutto questo è fondato su paradossi e fabbrica continuamente paradossi. Ergo, oltre togliere le informazioni e i metodi, devi anche condizionare l’individuo al rispondere come un automa e agire secondo le direttive, ignorando le contraddizioni e i dogmi irrazionali.

        L’umanità della “sinistra” si riduce a due “Classi”, quella del “popolo” e quella dei “dirigenti”. Il “popolo” non ha una “coscienza”, delega ai “dirigenti”. Il “popolo” ha un solo attributo, quello della uniformità. La “differenza”, o la “difformità” può essere solo dei “dirigenti”. Il “popolo” è “buono” come può essere una creatura senz’anima, i “dirigenti” sono buoni come arcangeli, per definizione.

        Il corollario finale di questo commento è che l’alternativa alla paralisi, come puoi facilmente vedere, è la guerra civile. Aggiungerei che i “dirigenti” della “sinistra” da sempre riferiscono a poteri altrove. Oggi riferiscono alle Elite Apolidi del Governo Mondiale e della fine degli Stati nazionali, in funzione della quale abbiamo sostanzialmente abolito la Costituzione subordinandola al fantomatico “diritto internazionale” o ai “trattati”. Quindi, oltre la guerra civile, l’alternativa richiede una guerra mondiale.

        Domande?

        1. Trovo la tua lettura confusa, astrusa, oltre che irta di numerose aporie. Parli di estendere il proletariato all’intera umanità. Sorgono almeno due domande. La prima, cosa intendi per proletariato? Oggi fare figli è un lusso altoborghese. La seconda, assimilando per pura comodità il proletariato alla classe operaia, o sfruttata, pensi che sia appetibile per la medesima un progetto di sua estensione? Gli sfruttati, oggi, sognano il benessere, non l’estensione della loro classe. Quanto alla guerra civile, non la vedo. Anzi, vedo l’esatto contrario.

          1. Sei rimasto qualche giro indietro. Il moderno “proletariato” consiste nella umanità “meticcia” di un mondo che viene re-ingenerizzato in modo da creare il Popolo Unico che poi è una società coloniale. Non l’immagine romantica dei “peggiori bar di Caracas” ma quella vera.

            Leggi questi due editoriali, uno su Corriere e l’altro su Espresso (intanto domandati chi sono gli azionisti e gli inserzionisti):

            https://www.corriere.it/opinioni/18_luglio_23/diritto-escludere-migranre-3540283a-8dd3-11e8-8382-fa27f64b6a47.shtml

            https://espresso.repubblica.it/opinioni/vetro-soffiato/2017/08/02/news/c-e-l-africa-nel-nostro-futuro-1.307312

            Nota che il progetto non è di oggi, risale agli Anni Settanta nella sua forma “liberal” ma se vogliamo si può risalire a Wilson e alla sua Società delle Nazioni sita, guarda caso, in New York. La Nuova Umanità di subumani dominati da una elite di “illuminati” è una classica idea massonica e il requisito fondamentale l’ho descritto, consiste nel rimuovere qualsiasi riferimento spazio-temporale dell’individuo per ridurlo al Minimo Comune Denominatore, ad una monade isolata.

            Permettimi un suggerimento: io eviterei di usare locuzioni come “irta di numerose aporie”, ad evitare l’effetto di auto-ironia involontaria.

            Ah, dimenticavo, se cerchi qualcuno che ci prende in pieno, puoi guardare su Youtube i video di Fusaro. Io non sposo la sua fede nella ortodossia marxista come soluzione e scopo, la trovo un po’ un triste fetisicmo anche se c’è un nesso causale tra l’accademia italiana e quel pensiero. Tuttavia, al netto del marxismo di maniera, la sua analisi dello stato dell’arte è perfetta.

  2. Per intervenire e cambiare l’atmosfera comunicativa dei commenti precedenti farei mente locale sul titolo, che usa la parola “protocollo” e il concetto [se così posso chiamarlo] di “dialogo tecnoanalogico”.
    A me, nato nel 1940, sarebbe più utile poter usare il concetto di “dialogo tra realtà analogiche e digitali”, dove le prime sono sistemi sociali e le seconde sistemi tecnici.
    I sistemi tecnici dialogano dopo aver negoziato l’adozione di un protocollo comune. Se non ne hanno uno si fa intervenire un convertitore di protocollo, o “gateway”.
    Nel 1990 la Commissione Europea ha avuto l’opportunità di rendersi consapevole del bisogno di un gateway per abilitare un dialogo tra le realtà analogiche degli Stati Membri e le realtà digitali di piattaforme ICT [Information and Communication Technology] emergenti.
    Purtroppo fu mal consigliata da interessi britannici che volevano “prescrivere” la conformità di quelle piattaforme a standard tecnici, secondo le specifiche di un manuale chiamato EPHOS [European Procurement Handbook for Open Systems].
    Continuerei a parlare di questo articolo nell’ambito dell’evoluzione di conversazioni avviate con gli account https://mastodon.uno/@filippoalbertin e https://mastodon.uno/@prolocwt

    1. La tua preziosa narrazione avvalora un proto-intento a grandi linee tecnocratico, evidentemente ordito da poteri forti a vario titolo sponsor di processi di cui oggi vediamo i nefasti effetti. A tuo avviso, questa testimonianza può in qualche misura essere la base per una progettazione di nuovo sistema in vitro per i dialoghi ai quali tu alludi in ambito politico-valorizzativo? Mi interessa molto per una serie di materia qui non sintetizzabili.

    2. Peccato che “analogico” è un orologio con le lancette e “digitale” è un orologio con i numeri.
      La differenza consiste nel fatto che il primo mostra il variare di un continuo (facciamo finta che l’orologio a lancette si muova impercettibilmente invece che a piccoli scatti) mentre il secondo mostra il variare per intervalli, come contare con le dita dove non c’è niente tra il pollice e l’indice.
      Non esiste nessuna “realtà analogica” e nessuna “virtualità digitale”, esistono computer analogici e computer digitali e sono entrambi aggeggi reali, solo che i primi possono dare due risultati diversi per una stessa operazione.

      Leggo sotto l’espressione “politico-valorizzativo” e quindi mi arrendo, siamo nell’iperspazio delle supercazzole. Auguri e figli maschi.

      1. Perdonami, ma tu prova a sottoporre a un proletario medio o a un qualsiasi everyman un tuo testo, e sappiami dire chi tra noi verrà appellato come fine dicitore di “supercazzole”, come tu molto beffardamente suggerisci. Se hai idee o proposte alternative alle mie, descrivile con chiarezza, piuttosto. Cosa che non fai, affidando un concetto che solo tu riesci a capire a una coltre di parole che non lo comunicano per nulla.

  3. Mio padre era portiere in un condominio. Era un gate-keeper.
    Nei dieci anni precedenti la mia nascita imparò l’inglese, da autodidatta, ascoltando la BBC di notte, anche se era proibito.
    Il mio primo incontro con l’informatica, al CERN, per una mia tesi di laurea in fisica, fu reso possibile dalla mia conoscenza dell’inglese, che dovevo a lui.
    Mi ritrovai ad essere, grazie all’esperienza al CERN, uno spin-off della fisica in un mondo ancora inesplorato.
    Di quel mondo mi colpì l’aspetto sociale, incorporato [embedded] nell’ambiente dedicato alla gestione delle relazioni tra scienza del computer e scienza delle particelle subatomiche.
    Quando, 20 anni dopo, iniziai a coordinare gli incontri di esperti. che dovevano formulare raccomandazioni, alla politica istituzionale, su come realizzare ambienti idonei alla portabilità e all’interoperabilità di applicazioni e persone, pur usando sistemi tecnici eterogenei, ripensai all’ambiente del CERN e cercai di descriverlo come un “gateway di presentazione”. Nessuno potè capirmi.
    Lo scrissi anche in un articolo su una rivista purtroppo solo tecnica https://drive.google.com/file/d/0B4NArhyVz-veY25lRWc3MTRNcWc/view?usp=sharing [basta leggere l’abstract – il testo è incomprensibile]
    Solo il figlio di un gatekeeper, evidentemente, può intuire cosa è un gateway di presentazione.
    Per arrivare a intuirlo non serve leggere una spiegazione, o una narrazione/testimonianza.
    Serve un ambiente [simile a un condominio].
    Serve un’iniziativa “costituente”.
    Serve vivere l’esperienza di portiere di quell’ambiente.

    1. Tutto quello che descrivi è fattibile, se appunto lo tramutiamo in “eseguibile” attraverso un processo di compilazione che abbia dei responsabili di riferimento abbastanza motivati e competenti.

  4. Nell’ultimo messaggio [toot] https://mastodon.uno/@prolocwt/103594570136976732 di questo “tentativo di concatenamento logico di messaggi” [thread] https://mastodon.uno/web/statuses/103594570136976732 mostro il mio ormai trentenne tentativo di mostrare [fare intuire?] un processo, non “di compilazione”, ma “di adeguamento” di strumenti, da intendere come componenti di sistema tecnico, al raggiungimento di un fine di una comunità utente.
    La comunità europea, al tempo di quella mia inefficace rappresentazione di un intento, era la comunità di riferimento.
    Il processo descrive il modus operandi [da me] visto in opera al CERN ma totalmente ignorato dai decisori politici del tempo: individuazione [user requirement vs strumento general purpose], scelta [make vs buy] e integrazione [evoluzione di sistema tecnico da general purpose a special purpose].
    Come si potrebbe chiamarlo quel tipo di processo?
    Come si potrebbe metterlo in relazione con il testo di @Gaetano https://noblogo.org/gaetano-mautone/il-piu-grande-problema-delleuropa ?

    1. Mi verrebbe da dire che “il problema dell’Europa è l’Europa”, ma bisognerebbe precisare. Il processo di integrazione europea è stato deciso dal mercato, da determinati decisori e da un folto gruppo di tecnocrati che non hanno costruito una tessitura democratica, ma solo un pretesto per l’accentramento del potere. Quindi, oggi come oggi, un possibile viatico di soluzione può solo essere visto – Brexit docet, nel bene e nel male – attraverso una riconfigurazione politica che dal locale passi al nazionale, e dal nazionale al sovranazionale. In questa fase, le variabili di tale processo non sono sotto un ragionevole controllo da parte di gente come noi. Ciò che si può fare è provvedere a creare delle isole comunicanti con prassi interne esportabili all’esterno e condivisibili. Un processo bottom-up, insomma.

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