Decentralizzazione e Ideologia

Se dovessi sintetizzare in pochissime parole quella che costituisce ormai la mia tesi di fondo in materia di criptomonete e blockchain, questa sintesi suonerebbe così…

La rivoluzione connessa alla finanza decentralizzata avrà senso pieno e compiuto solo quando i suoi peculiari strumenti potranno svilupparsi in contenitori sociali, culturali e comportamentali fortemente alternativi a quelli centralizzati.

Ciò che più mi affascina è la grande quantità di corollari che rendono questa affermazione particolarmente dirompente, oltre che in grado di individuare scenari incredibilmente nuovi.

Indipendentemente da quanto la storia possa aver avuto ragione in questo o quel caso, credo possa essere ragionevole identificare nello sviluppo tecnologico e nelle sue applicazioni alle comuni dinamiche sociali uno dei principali motori della formazione delle ideologie. Tanto per dirne una, la frase di Lenin pronunciata come definizione del Comunismo rimane eloquente: la somma di Socialismo ed energia elettrica. Ergo, a suo dire era evidente che una certa ideologia emergeva sulla base dei conflitti sociali susseguenti alle grandi rivoluzioni industriali.

Più in generale, anche allontanandoci di molto, credo si possa dire che una determinata tecnologia, nel suo diffondersi, produce una serie di ideologie, ora attuali, ora potenziali, in grado di rendere sensata quella stessa tecnologia.

Senza tanti giri di parole, dunque, la fascinazione immediatamente successiva e conseguente a queste considerazioni si esprime ancora una volta in forma di domanda.

Quale nuova ideologia può esprimere al meglio la rivoluzione della finanza decentralizzata? Ovvero: Che caratteristiche peculiari dovrebbe porgere questa ideologia per risultare perfettamente complementare al mondo degli scambi mediati da criptomonete e blockchain?

Esiste infatti un mancato parallelismo da tenere presente. Le criptomonete risolvono determinati problemi, ma il sistema che le contiene non risolve i problemi generati dalle opportunità potenziali che tale rivoluzione individua implicitamente. Abbiamo il contenuto, ma non abbiamo ancora il contenitore adatto a contenerlo. Ecco dunque che ci arrangiamo attraverso contenitori noti — etici, comportamentali, normativi — che al limite vengono faticosamente adattati al loro nuovissimo e per certi versi sconosciuto contenuto, con infiniti compromessi e volgarizzazioni. Ma chi sarà il primo a osare? Chi teorizzerà il contenitore veramente e completamente adatto?

Procedendo per gradi, credo che il concetto in assoluto più aureo in materia sia quello di responsabilità personale. In concreto, e detto anche con una certa sana brutalità, le criptomonete ti rendono completamente padrone di te stesso e delle tue azioni, ma la responsabilità delle tue azioni è solamente tua, quindi, nel caso di transazioni che non vadano a buon fine, o di rapporti economici gestiti con superficialità, o qualsiasi altro problema, non potrai andare a frignare da nessuno, visto che la scelta è stata tua e solo tua.

Questa cosa ci sembra poco desiderabile? Detta così, forse. Il mainstream tende a raccontarci giorno dopo giorno la favoletta della coccola, delle coperte rimboccate, della benevolenza verso tutti da parte di un gigante buono che arriva e risolve tutto. Ma chiunque abbia un po’ di sale in zucca sa benissimo che oggi il mondo è di chi può pagarselo, con coinvolgimento obbligatorio di soggetti terzi che rendono tutto lento, aleatorio, o comunque confinato nel campo incontrollabile delle responsabilità di troppi.

Questo non significa che ci si debba rintanare in una decentralizzazione autoreferenziale, dove tutti sono contro tutti. Anzi, vale l’esatto contrario. La logica del tutti contro tutti vale esattamente là fuori, dove ogni aspetto della nostra tutela è mediato da soggetti terzi, secondo regole centralizzate. Al contrario, il sapere che siamo solo noi gli unici responsabili di una certa transazione o di un certo rapporto ci spinge a selezionare le nostre conoscenze, a gestire le cose con amici stretti di cui ci fidiamo, a vagliare i pro e i contro movimentando cifre ragionevoli, che in caso positivo ci faranno concludere un affare, e in caso negativo ci avranno insegnato qualcosa senza troppi danni.

In altre parole, nel campo della decentralizzazione non siamo assolutamente soli, ma anzi, al contrario, siamo in compagnia di tutti coloro che condividono la nostra stessa ideologia!

Perché Fanno di Tutto per Disinformarci sulle Criptomonete?

Premessa fondamentale: Le criptomonete vengono usate abitualmente da migliaia di persone, che non sono unicamente “addetti ai lavori” (informatici, esperti di economia, investitori). Tale novero, però, rimane comunque una schiacciante minoranza, e la cosa non è legata ad un motivo intrinseco, bensì alla dilagante disinformazione (o vera e propria mancata informazione) sull’argomento.

Nello specifico, il mondo della “percezione generale” delle criptomonete è pieno di pregiudizi puntualmente sfatabili, che io stesso ho sfatato in un articolo dedicato. A qualcuno verrebbe mai in mente di abolire i coltelli da cucina per evitare accoltellamenti in famiglia? Direi di no. Eppure giornalmente ci sono emeriti ignoranti che dall’alto dei loro scranni parlamentari, senza minimamente distinguere una criptomoneta da un fustino di detersivo, inneggiano a crociate contro i Bitcoin. (Peraltro, abolire i coltelli da cucina sarebbe tecnicamente possibile; abolire i Bitcoin, no.)

Ma come mai fanno di tutto per evitare una corretta informazione sulle criptomonete? La risposta è banalissima: perché vogliono tenersele per sé, lasciando a noi la finanza centralizzata gestita da banche e istituti finanziari in grado di controllare i nostri averi e sindacare sul loro utilizzo.

Come mai, secondo voi (e indipendentemente dal giudizio sulle ovvie e palesi competenze delle singole persone), governi calati dal cielo da autorità sovranazionali vengono istantaneamente e unanimemente elogiati da quella stessa stampa che fino a un giorno prima diceva tutto e il contrario di tutto, parteggiando per questa o quella banderuola politica? Come mai il mainstream mediatico è allineato e coperto quando si tratta di difendere a spada tratta gli araldi della finanza globale e delle politiche monetarie delle banche centrali? Da dove deriva questo automatismo?

La risposta è ancora una volta banale: il mondo della post-globalizzazione risponde più che mai, e da tempo, a specifici “piloti automatici” che tentano in tutti i modi di controllare la maggioranza della gente; una maggioranza che, peraltro, resterà sempre tale.

A questo punto è inutile pretendere ancora di riformare la punta della piramide, aprendo fantomatiche “scatolette di tonno del potere” come certe narrazioni delle ultime stagioni para-politiche hanno fatto intendere. Il potere è tale perché risponde a determinate regole: se ci sei dentro, devi obbedire, altrimenti dentro non ci sei più. La scelta, quindi, può essere unicamente interna a quella minoranza di persone informate e consapevoli che decidono autonomamente di ragionare fuori dal coro. E non parliamo di anarchici facinorosi o di fanatici delle teorie del complotto. Parliamo di gente comune che, semplicemente, decide di agire efficacemente per ritagliarsi quegli spazi di libertà che tendenzialmente il sistema compromette o può compromettere.

Non siamo contro lo Stato, l’ordine costituito, le regole e le convenzioni comunitarie e sociali. Intendiamo semplicemente sottrarre a queste entità, per quello che possiamo, le cartucce contro di noi. Vogliamo, cioè, poter contare su ambiti che ci vedano soggetti alla pari.

Ora, finché tutto va bene, il sistema sembra essere il migliore dei mondi possibili. Ma cosa accade quando l’istituto di turno cola a picco (Banca Etruriua, Popolare di Vicenza, per citarne alcuni)? Cosa accade quando, per ragioni che peraltro possono anche essere taciute, ci viene tolto l’accesso — da una ex moglie con agganci altolocati, da un ex socio scappato con la cassa, da un errore di Equitalia che si presume attendibile per puro meccanismo burocratico, da un potente politico che si può permettere un avvocato di fama contro di noi, e via discorrendo — di fondi, conti e sistemi di pagamento?

Per quanto la cosa possa sembrarvi spiacevole, un dictat superiore alla vostra possibilità di difendervi può in qualsiasi momento sottrarvi gli strumenti di base per operare nella quotidianità. Ve li può sottrarre, peraltro, “a monte”, “a prescindere”, in una sorta di presunzione che è purtroppo la base della nostra esistenza sociale gestita da enti centralizzati.

Se voi non date fastidio a chi conta, se voi rimanete nel vostro esiguo orticello, se voi vi fate i fatti vostri e chiudete occhi e orecchie, allora tutto va bene e non dovete temere nulla. Ma siamo sicuri di questo? Siamo veramente sicuri che un atteggiamento genericamente opportunista e acritico, per quanto squallido, basti e avanzi? La risposta è no. In qualsiasi momento possono essere anche terze persone, furbetti, cercatori di “teste di legno”, a incastrarci a nostra insaputa e a far ricadere su di noi gli effetti delle loro malefatte. Ecco dunque che la nostra vita dovrebbe diventare un campo letteralmente dominato dai sospetti, dalle tutele onerose, dal continuo ricorso a soggetti terzi (notai, avvocati, commercialisti) buoni solo a spillarci soldi. Insomma, vi piace l’idea di girare continuamente, tanto per usare un’immagine molto statunitense, con la pistola nella borsetta?

La decentralizzazione finanziaria costituisce uno dei principali e più efficaci strumenti per mettere unicamente nelle nostre mani, nonché nella nostra sfera di responsabilità, almeno una parte dei nostri averi. Un mondo, quello crypto, che non nasce dall’alto, ma dalla progettualità di tanti indipendenti che hanno creato il sistema della blockchain.

Ma attenzione! Per quanto operativamente semplice, il mondo delle criptomonete è estremamente vasto, e muoversi da zero con la sola logica del “fai da te” può rivelarsi nefasto, ovvero può alimentare delusioni e conseguenti pregiudizi in materia. Fondamentale è dunque rivolgersi a persone qualificate, almeno per avviarsi alla materia per poi continuare eventualmente in autonomia.

Determinate crypto possono non essere per voi, e altre, magari meno conosciute, possono invece fare perfettamente al caso vostro. Servono quindi dei “sarti su misura” in grado di cucire il vostro abito sulle vostre specifiche e uniche esigenze.

In tutta Italia esistono esperti qualificati. L’invito è però di rivolgersi a persone rintracciabili, con attività assolutamente “in chiaro”, ancor meglio se gestite da sedi fisiche e concretamente inserite nel campo del commercio e della consulenza. Se siete, come me, in ambito Veneto, il consiglio spassionato è di rivolgersi a Bitcoin Veneto Center, un ambiente poliedrico e cordiale che dall’operazione più semplice a quella più complessa, vi seguirà passo passo senza abbandonarvi mai.

Non importa che siate pensionati che vogliono mettere via qualche Bitcoin per il nipote, professionisti che vogliono utilizzare le criptomonete per il proprio studio e per i propri clienti, esercizi commerciali che desiderano aumentare il proprio giro d’affari annoverando anche i pagamenti decentralizzati, oppure grandi investitori che desiderano concludere una corposa operazione over the counter per seguire i trend del momento. Bitcoin Veneto Center vi fornirà, chiavi in mano, la soluzione che cercate.

Tutto Quello che Avreste Voluto Sapere sulle Criptomonete e Non Avete Mai Osato Chiedere (spiegato semplice)

Ho iniziato a interessarmi di criptomoneta attorno al 2016, per una pura curiosità che in tutta franchezza non ricordo neppure da cosa sia nata. Oggi come oggi, quelli come me si autodefiniscono come coloro che hanno iniziato tardi, troppo tardi, salvo poi accorgersi che tutti, ma proprio tutti, anche gli operatori più veterani, dicono di sé stessi esattamente la stessa cosa. Tutti siamo entrati troppo tardi. Ma siamo entrati.

Inizialmente — lo dico per chi si autocensura — non ci ho capito quasi nulla, anche se la materia, non chiedetemi perché (visto che comunque ve lo spiegherò), continuava a interessarmi mano a mano che mi ci addentravo. A distanza, trovo giusto compilare questo post esplicativo, che avevo nel cassetto da parecchio. Lo spirito del titolo, che volutamente richiama Woody Allen, è appunto quello di esprimersi senza peli sulla lingua, in un linguaggio assolutamente “da uomo della strada”, ossia da persona che ama la concretezza prima ancora del rigore, ovvero che ama il rigore solo se funzionale alla concretezza.

Domande e risposte

Il post è strutturato come una lista di possibili vostre domande, alle quali cerco di dare una risposta completa ed esaustiva. Iniziamo…

Cosa SONO le criptomonete?

Facciamo una premessa. Se io vi dicessi che il petrolio e il mais sono “cose” che servono per “fare i soldi” attraverso la compravendita in borsa, molto probabilmente voi stessi, anche senza una laurea in economia, avreste una reazione un po’ sconcertata, e mi rispondereste: “Ok, sappiamo che è possibile investire in petrolio o nelle quotazioni del mais, ma questa che ci hai dato non è una definizione. La definizione è un’altra. Il petrolio è una sostanza estratta per produrre vari altri prodotti, dalla plastica alla benzina. Il mais è un cereale dal quale si ricavano farine con le quali si producono alimenti di varie tipologie.”

Ebbene, la stessa dinamica oggi riguarda la comprensione delle criptomonete, che per molti sono unicamente delle “cose” per “fare soldi”, la cui natura rimane o un mistero, o un dettaglio non interessante.

Le criptomonete sono asset digitali fungibili che vengono scambiati direttamente, senza mediazioni o terze parti centralizzate, attraverso l’interazione crittografata di portafogli digitali sincronizzati con un registro attraverso opportuni algoritmi.

Lo so. Non ho parlato troppo potabile, ma tranquilli, ora spiego tutto parola per parola.

Le criptomonete sono asset, ossia “beni” in inglese, che però non hanno natura fisica, ma digitale; sono, in altre parole, come i documenti in formato PDF o le vostre foto JPG. Esistono e sono manovrabili, ma non si possono toccare con mano.

Perché è necessario dire che sono fungibili? Anche qui la cosa è semplice. La banconota da 20 euro che ho in tasca, per essere chiamata “moneta”, deve essere del tutto identica, ossia di pari valore, rispetto alla banconota da 20 euro che anche voi avete in tasca. Se un asset digitale di questo genere non fosse fungibile (e infatti un asset del genere può anche essere non fungibile, e dare corpo a un mercato di beni altrettanto non fungibili, come le opere d’arte, o particolari oggetti digitali, di cui però non parlerò in questo post), non potrebbe essere assimilato ad una moneta, spendibile esattamente come valore di scambio monetario.

Oltre a questo, il nome stesso, criptomonete, allude al fatto che i portafogli digitali che le visualizzano e scambiano utilizzano algoritmi crittografati, ossia legati all’interazione tra una chiave pubblica, l’indirizzo, tipo IBAN, al quale inviare da un altro portafoglio le quantità di asset designate, e una chiave privata, ossia un codice segreto (tipo quello che vi serve per manovrare il vostro conto bancario) che permette di disporre la tale operazione verso altri wallet propri o di altri soggetti. Il registro che poi si occupa di annotare tutte le operazioni è una “cosa” che avrete spesso sentito nominare: la blockchain, ovvero, più precisamente, la “blockchain di turno”, visto che alcuni progetti hanno la propria, ossia la “catena di blocchi”, che riporta ordinatamente, lungo appunto una sequenza di blocchi computazionali, le varie operazioni.

Pertanto, le criptomonete possono essere immaginate come un ammontare infinitamente porzionabile e fungibile di “metallo prezioso digitale” perfettamente utilizzabile per trasferire ricchezza, ovvero unità di scambio, tra singole persone, senza la mediazione di alcun operatore.

Ok, ho capito. Ma in fondo anche i contanti sono una roba che posso scambiare senza mediazioni. Perché dovrei usare strani marchingegni informatici se posso usare i soldi cartacei?

Posto che il sottoscritto non è mai stato e non sarà mai a prescindere contro qualcosa, ivi compresi i contanti, la risposta qui è semplice, e si esprime in forma di ulteriore domanda. Vi sembrerebbe facile portare una valigetta di banconote, che so, in Canada, in Francia, o anche solo da Milano a Roma? Se poi, al posto delle banconote (fiat money), doveste trasportare dei lingotti d’oro (hard money), di per sé funzionalmente e costituzionalmente molto più simili agli asset digitali, fate un po’ voi…

Va bene. Allora utilizzo il mio home banking…

Ovvio. Pure io lo faccio. Ma attenzione. Io non sono e non sarò mai un seguace delle teorie del complotto che oggi infestano i parlamenti e le giunte comunali coi loro scappati di casa, ma una cosetta ve la devo dire…

I soldi che voi detenete in banca sono vostri fino a un certo punto. In qualsiasi momento, un governo, un ente sovraordinato, una disposizione ministeriale, oppure un’azione forzosa (giusta o ingiusta che sia, non sta a me dirlo) messa in atto da un nemico potente, da una ex moglie, o da chiunque sia oggi sia designato come soggetto in grado di svolgerla, ivi compreso il gestore di un’amministrazione controllata del vostro istituto di credito (abito a Vicenza, e non so se abbiate sentito parlare della Popolare di Vicenza…), può mettere in discussione questa vostra legittima detenzione con un semplice click su un computer.

Le criptomonete, se conservate con opportune cautele in dispositivi sicuri e ben manutenuti, sono al riparo da qualsiasi coercizione esterna, censura e azione forzosa da parte di terze parti. Attraverso opportuni codici e password, solo voi potete usufruirne.

Io però ho sentito dire che questi portafogli digitali sono stati violati spesso da hacker esperti…

Qui bisogna essere precisi, visto che la cronaca e il giornalismo mainstream tendono a dare le notizie in modo molto equivoco, parziale e privo di opportune contestualizzazioni. In effetti operano sul mercato dei servizi cosiddetti “custodial”, vale a dire soggetti che, per semplificare la vita all’utente medio, detengono le chiavi private del medesimo e gestiscono quelli che, più che wallet, diventano dei semplici account criptovalutari. Questi soggetti — ossia enti centralizzati che detengono per conto terzi dei wallet decentralizzati — sono effettivamente stati in certi casi hackerati, e hanno perso e fatto perdere somme anche ingenti di criptomoneta.

Qui però vale una regola di buonsenso. Intanto bisogna dire che queste cose sono accadute per exchange (così si chiamano questi soggetti) che o erano “novelli” e di certo non gettonatissimi, oppure, se celebri, erano comunque coperti da tutele assicurative sui loro fondi. In secondo luogo bisogna precisare che queste violazioni non costituiscono, come nel caso strettamente bancario, dei “furti legalizzati” da normative ad uso e consumo delle classi altoborghesi o dei poteri forti, ma dei furti veri e propri, in tal senso più rari e perseguibili. Infine, vale la massima generale della decentralizzazione: se non hai le chiavi non hai la criptomoneta. Gli hackeraggi riguardano infatti o azioni congiunte verso wallet le cui chiavi sono contenute in exchange custodial, che vengono attaccati in quanto noti e probabilmente pieni di soldi, oppure verso singoli wallet non-custodial (ossia gestiti dalla sola persona che li gestisce) che però, per essere violati, devono in primis essere conosciuti (cosa impossibile o improbabile), o in qualche modo passare attraverso una richiesta subdola fatta direttamente al possessore (del tipo email che richiedono password, che invitano a scaricare software di aggiornamento non ufficiali, e via discorrendo).

In altre parole, qui a parlare è il sopraccitato buonsenso. Se devi conservare duemila euro di Bitcoin, fallo tranquillamente in un exchange noto e sicuro (Kraken, Binance, Coinbase e affini, tanto per citare i maggiori). Se invece devi conservare cifre alte, con uno o due zeri in più, utilizza wallet assolutamente personali e completamente decentralizzati, avendo l’accortezza di non tenere tutto in un solo wallet. Così facendo, solo col tuo consenso qualcuno potrà accedere ai tuoi fondi, quindi basterà semplicemente non dare ascolto ad alcuna fonte “strana” o richiesta di terzi.

La parola d’ordine della decentralizzazione è “responsabilità personale”, nel senso che tu e solo tu sei proprietario e responsabile delle informazioni per gestire le tue finanze decentralizzate.

Se non dai ascolto a nessuno, se non rispondi a mail sospette, se tieni le tue chiavi private in un posto sicuro, magari scegliendo delle modalità mnemoniche solo tue di “doppia crittazione”, puoi stare tranquillo che le tue criptomonete resteranno tue e solo tue.

Ho sentito dire però che le criptomonete sono molto volatili e inadatte a conservare valore.

Questa informazione è sostanzialmente falsa, ovvero tendenziosamente comunicata da chi evidentemente vuole demolire il concetto di decentralizzazione finanziaria. Le criptomonete hanno una volatilità del tutto confrontabile a quella di altri asset “classici”, come per esempio l’oro o il petrolio, per non parlare delle azioni di borsa che probabilmente il vostro broker di fiducia già vi sta rifilando, senza che voi battiate ciglio. Bitcoin, per esempio, ossia la criptomoneta più veterana, oggi come oggi è considerata un vero e proprio bene rifugio, in continua ascesa di valore (per suo intrinseco limite superiore alla produzione, e a meno di bolle temporanee che sono comunque all’ordine del giorno per centinaia e centinaia di altri asset) all’opposto della moneta fiat, la cui offerta sostanzialmente infinita e indefinita produce naturale inflazione. Oltre a questo, esistono poi numerose criptomonete, dette stable coin, il cui valore è agganciato ad asset monetari classici e stabili nel medio periodo; sto parlando di asset come il DAI, il Tether, il BUSD, lo USDC e via discorrendo…

Accade peraltro, in ambito criptovalutario, l’esatto opposto. Una criptomoneta come DASH ha permesso per esempio al Venezuela di emanciparsi dagli effetti nefasti della svalutazione del Bolivares. Altro che volatilità…

Ok, ma cosa ci posso comprare con le criptomonete?

A parte gli ormai tantissimi (anche troppi) progetti di aggancio tra crypto-wallet e normalissime carte di debito (Visa, Mastercard) che vi permettono di vendere al momento le vostre criptomonete e spenderle normalmente ovunque, anche per i più puristi che di “moneta classica” non vogliono neppure sentire parlare, le possibilità sono tantissime. Attraverso opportuni siti (per esempio l’ottimo Bitrefill) voi potete acquistare direttamente, tramite crypto-wallet, quindi senza passare minimamente da euro o dollari o sterline, un vasto novero di beni e servizi: codici di ricarica carburante, carte per acquistare in vari supermercati e librerie, ristoranti di note catene, prodotti di elettronica e informatica, ricariche immediate dal vostro operatore telefonico, e via discorrendo… Se poi consideriamo il fatto che, sempre tramite questi siti, potete anche acquistare ricariche per il vostro account Amazon, capiamo facilmente che con le criptomonete già oggi si può comprare praticamente tutto. A latere, questi siti che accettano pagamenti tramite criptovalute offrono spesso delle premialità aggiuntive, come cashback e sconti…

Certo, se escludiamo appunto le crypto-carte di debito (comunque perfettamente funzionanti), con le criptomonete non potete, almeno qui da noi, pagare su due piedi e direttamente il caffè del bar sotto casa, un’assicurazione o un affitto. Tuttavia anche quest’ultima affermazione è vera in parte: nel portale Qui Bitcoin trovate infatti tutti gli esercizi commerciali che in Italia hanno già fatto il grande passo di accettare criptomoneta come normale strumento di pagamento. E non sono certo pochi…

Una cosa è certa: la direzione è già quella di un ampliamento sistematico del parco di beni e servizi acquistabili direttamente con criptovaluta. Quindi, non ci sono scuse. Possiamo avere problemi a guadagnare criptomoneta, ma di certo non ne abbiamo a spenderla!

Mi pare comunque una cosa complicata. Come faccio a manovrare uno di questi wallet?

Sai usare uno smartphone? Hai un’app che ti gestisce il conto corrente? Bene. Se hai risposto sì a queste due domande, allora sei in grado di usare un comune wallet per gestire criptomoneta. Con una differenza: che la cosa è ancora più semplice.

Conclusioni

Il mondo crypto è una delle vie più semplici e sicure per tornare ad essere (dopo secoli) padroni del nostro denaro. Che tu voglia trasferire una parte dei tuoi averi in formato criptodigitale, per metterli al riparo da sguardi indiscreti e mani moleste, magari anche ricavandoci qualcosa in termini di interesse passivo, o che tu voglia più semplicemente usarli per renderti esperto di quella che sarà di certo la più grande rivoluzione economica di sempre, non aspettare.

Ma attenzione. Per quanto semplice possa essere, questo mondo — anche solo per gli interessi e per le remunerazioni che lo caratterizzano — da un lato non è adatto al puro “fai da te”, e dall’altro è spesso frequentato da imbonitori con secondi fini, che dietro la promessa di guadagni stratosferici intendono spillarti soldi a vario titolo. Il consiglio è quindi di muoverti, almeno dall’inizio, cautamente e gradualmente, chiedendo consiglio ad operatori seri e qualificati. Puoi iniziare con cifre minime, anche 40 o 50 euro, tanto per vedere come funziona il giocattolo. Poi, a seconda delle tue esigenze e dei vantaggi — o addirittura gli interessi — che avrai toccato con mano, sarai tu a decidere quanto e come investire di più.

Se passi dalle parti del padovano, posso anche darti un consiglio, attraverso collaborazioni e amicizie fidate. Per esempio, puoi fare un salto da Veneto Bitcoin Center, un ambiente amichevole dove potrai trovare risposta a tutte le tue domande, e una consulenza che non ti lascerà mai solo. Il mondo delle criptomonete è vasto, e ogni “coin” risponde a esigenze specifiche che non sono uguali per tutti, e che sarebbe meglio trattare come un abito fatto su misura.

Se questo articolo ti ha anche solo incuriosito e vuoi saperne di più, scrivimi una magnifica mail.

Per una Criptomoneta Dinamica

Una delle iconografie della Visa crypto card Monolith, progetto di DeFi che insiste evidentemente sul concetto di “spazio alieno” della criptosfera. Io stessi ho in questo senso utilizzato la metafora delle geometrie non euclidee.

Premessa e sintesi

In un mio noto articolo delineavo ciò che a mio avviso, sulla base di ragionamenti ed esempi concreti, risulta ancora mancante al pieno sviluppo della criptosfera come scenario moderno ed efficiente degli scambi tra attori economici di nuova generazione. In estrema sintesi la conclusione è questa:

La criptovaluta avrà senso proprio e compiuto solo quando la gente verrà direttamente pagata in criptovaluta.

Questo principio piuttosto semplice e comprensibile deve però essere precisato a un livello più ampio, mettendo sul piatto alcune considerazioni al contorno che, per quanto apparentemente banali, continuano a non essere poi tanto ovvie.

L’individuo A (soggetto, ente, organizzazione o istituzione che sia) può essere pagato dall’individuo B (idem) solo se B — logicamente in aggiunta alla volontà di usufruire del servigi di A — risulta detentore di una quota marginale di valore monetario accettata da entrambi per lo scambio.

Perché ho dovuto aggiungere l’aggettivo “marginale” e non mi sono limitato a dire che “B deve avere i soldi per pagare A”, punto e basta? La ragione dovrebbe essere ovvia, ma la precisiamo: Se B ha “solo” cento euro, e il servizio di A costa esattamente cento euro, è evidente che B non potrà usufruirne. Ciò che si può ragionevolmente spendere è infatti sempre la quota “marginale”, ossia quella “che avanza”, quella “libera”, quella “non vincolata” da destinazioni altrettanto ragionevolmente identificabili come di base.

Dinamismi di transazione e transizione

Questo aspetto vale sia per le grandezze stock per le grandezze flusso. Quando dunque si parla (riassumo così quella mia teoria di fondo) di una sorta di cripto-accumulo di base, necessario a rendere possibile la piena adozione “in entrata e in uscita” della criptomoneta, in realtà si dovrebbe precisare che non basta un accumulo generico e statico, ma bisognerebbe ragionare in senso prospettico e dinamico. Grandi operazioni di transizione fiat-crypto, con produzione di commissioni (reddito dinamico) appunto in criptovaluta, dovrebbero quindi diventare “quasi sistematiche”, per generare una sorta di conversione di base atta ad alimentare un intero mercato.

Se ci concentriamo troppo sulla singola transazione, tendiamo infatti a rimanere nella logica, positiva, ma non esclusiva, del mero investimento a medio-lungo termine (basti pensare agli stessi Bitcoin, oggi considerati più un bene rifugio che un asset per comprare il caffè al bar). All’opposto, la criptosfera deve diventare uno strumento sistematico e corrente, per quanto connesso a specifici settori e altrettanto specifiche esigenze.

Fateci caso. Se io vi dico “Euro”, voi a cosa pensate? A grandi rendite e investimenti ad alto rendimento? Forse. Ma di certo pensate anche ai soldi con cui fate la spesa al supermercato, oppure alla sovranità monetaria, oppure alla BCE, oppure, banalmente alla valuta corrente nella comunità europea. Se invece vi dico “Bitcoin”, voi con grande probabilità penserete solo a una cosa: un’occasione per fare speculazione fruttuosa.

Ossia, la maggior parte di voi concepisce la più celebre delle criptovalute come un’entità radicalmente non confrontabile a una comune valuta. Cosa, me lo concederete, piuttosto paradossale.

Oggi come oggi la “compravendita” (trading) di criptomoneta è indubbiamente la prassi che caratterizza il settore. Ma questo settore (chiamiamolo così) non nasce per fare (solo) trading, bensì per costituire una nuova forma di scambio monetario e di finanza: la forma della decentralizzazione. Questa forma, per come la vedo io, costituisce anche (o soprattutto) la base concettuale ed operativa per molteplici usi (pensiamo agli smart contract, per esempio), ma anche a un livello basico introduce l’idea di una super-moneta, ossia di una moneta in grado di veicolare svariati vantaggi rispetto al contante o ai classici sistemi di smaterializzazione della valuta fiat: offerta stabile (ergo riparo dall’inflazione), garanzia di assoluta privacy, assenza di potenziali censori, e via discorrendo, a seconda degli specifici progetti.

La criptomoneta, dunque, secondo me dovrebbe essere concepita non tanto come un Ferrari Testarossa, quanto piuttosto come una buona utilitaria in grado però di volare, o addirittura di viaggiare nella stratosfera. Ossia, non come strumento tecnicamente ordinario (automobile) da utilizzare in circostanze e ambiti straordinari (automobile di lusso), bensì come strumento ordinario (utilitaria) dalle caratteristiche straordinarie (utilitaria con superpoteri).

Verso Isole Economiche Non Euclidee

Le premesse e gli interrogativi…

In tre specifici articoli, poi riassunti in una sorta di recap in forma di ulteriore articolo, sono giunto a una conclusione sintetizzabile in questo modo:

Le criptomonete avranno senso completo e compiuto solo quando esisteranno economie, anche parallele a quelle tradizionali, in grado di ammetterle come forma di pagamento esclusiva, in entrata e in uscita, sia per entità organizzate che per singoli attori del sistema e utenti finali.

Questa affermazione, apparentemente lineare e semplice, porta però a dei corollari più profondi e non banali, che suscitano interrogativi piuttosto spinosi. Uno di questi potrebbe suonare così:

Perché un’economia decentralizzata dovrebbe rispondere a regole centralizzate create da soggetti centralizzati per il controllo di economie centralizzate?

La risposta superficiale potrebbe essere che tutti abitiamo in un certo spaziotempo regolato da precise regole, e dunque tutti, quali che siano le attività che svolgiamo in questo spaziotempo, dobbiamo adeguarci a tali regole.

Tuttavia questa risposta fa acqua da tutte le parti. Per esempio: se io regalo qualcosa a qualcuno, oppure se scambio qualcosa in cambio di qualche altra cosa con qualcuno, ossia se implemento una transazione che abbia a che fare o con la pura liberalità (regalo) o con una forma di bidirezionalità commerciale non mediata dal denaro (baratto), io non ho infranto alcuna regola. Nessuna entità statale mi verrà a disturbare per queste transazioni.

Ora, le criptomonete altro non sono che “oggetti digitali” che vengono trasferiti da wallet a wallet. Punto, fine, stop. Non sono state emesse come “denaro di stato” da alcuna autorità centrale, non appartengono in origine a nessuno, se non a chi in quel momento le detiene, non hanno, peraltro, alcuna consistenza fisica. Nessun soggetto istituzionale può indicarle come strumento da accettare obbligatoriamente all’interno di un territorio, per pagare attività regolate dalle normative di quel territorio.

Se in un comune negozio del centro di una qualsiasi città italiana il commesso mi dice che posso pagare solo in sterline, quel negozio è fuorilegge. Quel negozio, invece, mi può dire che posso pagare sia in euro che in criptomoneta; quello stesso negozio, però, non può dirmi che posso pagare solo in criptomoneta.

In questo schema, però, si evidenzia una certa confusione di fondo, che si traduce in una matassa da dipanare. Se io Italia dico che nel mio territorio nessuno può permettersi di non accettare l’euro, e se Tizio, in Italia, dice che non accetta euro, ma solo sterline, Tizio è fuorilegge per il fatto che euro e sterlina sono valute nazionali. Ma se Sempronio fosse un negoziante che accetta solo criptomoneta, sarebbe fuorilegge? La risposta sta in quel “negoziante”, visto che il bisticcio sta nell’intersezione tra un’attività locale e una moneta intrinsecamente globale. Il negoziante fa riferimento a regole centralizzate. La criptomoneta fa riferimento a regole decentralizzate.

In altre parole, noi siamo nel mezzo di una rivoluzione che coinvolge economie “euclidee” e potenziali economie “non euclidee” in uno scenario che ancora non ha avuto modo di stabilizzarsi, in quanto questi secondi metodi di pagamento non sono ancora sviluppati e non hanno conquistato il classico effetto network.

A mio avviso, l’unica ricetta sensata sarebbe quella incentrata sul buonsenso. Qualsiasi economia basata unicamente sulle criptomonete, ossia qualsiasi economia che tratta un bene o servizio che liberamente viene indicato (da chi lo propone) come acquistabile solo con valuta digitale in blockchain, dovrebbe essere, in quanto intrinsecamente non controllabile, basata su regole altrettanto non controllabili. Ovvero, dovrebbe rientrare nel puro arbitrio del mercato che decide di rivolgersi a questa stessa economia, e non a quella tradizionale.

Mi rendo conto di quanto questa affermazione possa suonare forte, per non dire irrispettosa. Ma negli articoli passati ho dimostrato con esempi concreti quanto questa questione sia tutt’altro che arbitraria. L’autorità centrale non ha alcun diritto di sindacare su economie che da essa non pretendono alcunché in tema di tutele e potenziali punizioni verso i trasgressori. Le autorità centrali trattano i rapporti tra il singolo e i molti, non tra singolo e singolo.

Personalmente non sono assolutamente contro l’idea di stato (ahimé, sempre più lontana dagli ideali delle grandi costituzioni a ispirazione liberale e socialdemocratica o addirittura socialista). Ma la provocazione, specie per chi etichetta bitcoin e affini come le monete del terrorismo, ci sta tutta. Crediamo più nella responsabilità del singolo individuo nei confronti di un individuo esattamente identico a lui, oppure in stati che giornalmente, usando valute rigorosamente tradizionali, commerciano in armi, gestiscono il monopolio di droghe come il tabacco o i superalcolici e inquinano l’ambiente attraverso la connivenza con grandi gruppi privati?

Io credo che la vera e grande rivoluzione della finanza globale sarà quella che consegnerà al singolo la sua responsabilità personale al cospetto di tanti altri singoli individui come lui.

In concreto?

A questo punto, la domanda sorge spontanea. Che fare per arrivare a costruire economie del genere? La risposta a questa domanda impone un salto creativo coerente con tutto quello che ci siamo detti, perché in realtà non c’è proprio un bel nulla da fare per raggiungere questo scopo. Nulla, a parte deciderlo.

Certo, a monte di questa decisione, come ho spiegato puntualmente nel primo articolo di questa lunga serie, serve un procedimento di conversione che permetta agli attori principali del sistema di detenere corpose quantità di criptomoneta, conseguente a grandi attività di mediazione. Ma, a parte questo, ciascuno di noi può immaginare di avere una dotazione iniziale, anche minima, di asset digitali, per avviare una crypto-attività, o crypto-micro-economia che dir si voglia.

Serve quindi, in primis, un’attitudine essenzialmente creativa a immaginare prodotti e servizi che possano essere efficacemente scambiati entro una libera interlocuzione con altri crypto-soggetti simili a noi.

Vivaldi